il sorriso di Fede

Quando credi di aver dato tutto e di non poter dare di più…
qualcuno ti ricarica le pile.
O ti fa capire che, in fondo, la tua fatica non è stata sprecata.
Oggi ho rivisto Federica.
Chi l’avrebbe detto che in una città così grande sarebbe venuta ad abitare sopra casa mia?
Veramente l’ho rivista tempo fa… uscivano, lei e sua madre, dal portone mentre noi, io e mio marito, rientravamo dalle (poche) ferie estive.
La madre non l’avevo riconosciuta… né lei me.
Dieci anni (senza scomodare Guccini) cambiano le persone…
ma lei invece l’ho riconosciuta subito.
Lo sguardo sfuggente, gli occhi chiusi  – quando si rivolge a te – che si aprono quando, parlando, si volge altrove.
Allora esclamai: Federica!  e sua madre, insospettita, mi chiese chi fossi. Dopotutto, non credeva fossi tornata qui a Roma… mi credeva di nuovo a Palermo, come gli altri del resto (ma questa è un’altra storia).
E invece…
Ti veniamo ad abitare sopra la testa mi disse Federica, abbracciandomi.
Ma non mi guardò.
Come non mi ha guardato stamattina, se non di sfuggita, per decidere che ero io, quando ci siamo incrociate sul portone.
E poi mi ha raccontato che lei è l’addetta all’immondizia, alzando il sacco rosa che teneva in mano.
Ma sempre con gli occhi chiusi.
Me lo ha ripetuto almeno tre volte, come fa sempre quando ti racconta una cosa.
Perché Federica racconta cose, fatti, piccoli avvenimenti, in modo magari troppo dettagliato.
Ma non racconta mai di sé.
Federica l’ho conosciuta nel ’92, se non ricordo male…
la madre la condusse al gruppo scout (ed il parroco la raccomandò) perché socializzasse.
A 16-17 anni, Fede (così la chiamavamo) frequentava una scuola privata per segretarie d’azienda, ma a parte questo non aveva molte occasioni per frequentare i suoi coetanei, il gruppo scout poteva essere una di queste, ed in un certo senso lo fu.
Ma i ragazzi ebbero delle difficoltà ad accogliere Fede come una di loro, ed anche noi capi ne avemmo qualcuna a farla inserire, ma soprattutto a cercare di capire come meglio aiutarla.

Fede è nata in una famiglia se non facoltosa piuttosto benestante. Il padre, un dirigente d’azienda ad alto livello, atletico, abbronzato ed evidentemente molto soddisfatto di sé, sembrava quasi stonato accanto ad una donna un po’ sciatta e quasi certamente frustrata, una di quelle donne che hanno lasciato la laurea nel cassetto per cause di forza maggiore, ma ci tengono a sottolineare di averla presa.
La sorella minore (Fede è la primogenita) era allora una dodicenne saputella e piuttosto insopportabile, forse schiacciata dal peso della responsabilità di rimediare alla situazione della sorella.
Un giudizio piuttosto duro questo da parte mia, però è l’impressione che ho tratto da tre anni di frequentazione della famiglia e dal muro di gomma (parlo ovviamente dei genitori) cui mi sono trovata davanti ogni volta che tentavo di andare a fondo alla malattia di Federica, cercando risposte e possibilmente un contatto con la psicologa che la seguiva, per poter fare un intervento concertato e non rischiare di sbagliare.
Mi sono sempre chiesta il perché.
La risposta che mi diedi allora è che Fede era un fallimento da nascondere, in un certo senso… forse l’unico di un manager rampante.
Forse una risposta semplicistica la mia, forse la scusa per non andare più a fondo.
Perché la chiave per capire Fede io non l’ho mai trovata.
È anche vero che, dopo appena un paio d’anni, mi sono trasferita per lavoro – lo stesso motivo che a 10 anni di distanza, mi ha riportato qui – e che certi scrigni sono difficili da aprire.
Qualcosa si stava iniziando a schiudere nell’estate del ’94 (e già ero andata via, a maggio, ma ad agosto tornai per la route estiva).
Un percorso impegnativo, quello.
Avevamo scelto l’altavia n. 2, sul Gran Paradiso, e quella mattina avevamo lasciato il rifugio Miserin (2.580) all’alba, per passare dalla finestra di Champorcher e scendere giù a Lillaz.
(qui la tappa).
5 ore e trenta segna il percorso… sono state molte di più.
Prima difficoltà… un pezzo di nevaio in salita, attraversato in cordata.
Fede, a un certo punto, si bloccò in mezzo al nevaio e non voleva più andare avanti. Solo Alessio, il suo ragazzo forse, anche lui un ragazzo non facile, riuscì a convincerla, con il suo parlare confuso.
Così andammo avanti, fino alla Finestra di Champorcher. Non era la prima volta che facevamo un percorso in montagna con Fede, ed era sempre andato tutto bene.
Quella volta no.
Quella volta lei aveva paura della discesa, credo non sapesse neanche lei il perché e comunuqe si rifiutava di spiegarlo.
Però non c’era scelta. A meno di fare intervenire un elicottero, bisognava scendere al paese più vicino, Lillaz era più facile che tornare indietro e riattraversare il nevaio. La strada non era agevole e piuttosto faticosa, considerando che oltre agli zaini avevamo le tendine ed il vitto per tutto il gruppo diviso tra noi, quindi toccava prendere una decisione.
Così noi capi ci dividemmo. Uno con gli altri ragazzi, troppo stanchi per rispettare il passo spez
zato senza risentirne, io e l’altra capo con Federica.

È stato uno dei momenti più difficili della mia vita…
Fede per la paura era diventata un rigido pezzo di legno ed arrivati ad un certo punto, per procedere, siamo state costrette a seguire una strategia: Betta la sorreggeva, io scendevo prima di lei – un passo alla volta, perché poi dovevo girarmi e – quasi inginocchiata davanti a lei – guidarle con la mano il piede verso il passo successvio, per poi tornare a girarmi e proseguire. Il tutto alternando blandizie per calmarla a rimproveri per scuoterla un po’.
Quando ho finalmente toccato il piano di Lillaz, mi sono messa a piangere per la stanchezza.
Ma poi Federica fece una cosa che mi fece dimenticare tutto (o quasi).
Venne da me e mi abbracciò, poi mi disse non avercela con me e in quel momento mi vergognai di me stessa.
Durante la verifica, quella giornata, Federica disse per la prima (e quasi unica) volta la sua.
Il suo Mi sono divertita. non sono stanca fu accolto da una risata un po’ isterica, ma tanto sollevata.
Ecco,tutto questo può scatenare un sorriso… e degli occhi chiusi rivolti altrove.
Dopo dieci anni, Federica si ricorda di me.
E questo è tanto. Davvero.
Credici Capitano, non è tutta fatica sprecata.

RiccioNascosto
(Pillole d’Amicizia e di Buon Senso)

Russell Laman enjoys the cool clear water of a swimming pool
by
Tim Laman
(National Geographic Image Collection)

(comparso originariamente sul Thera il 5 dicembre 2004; la formattazione – tranne il titolo – è quella data da Bea)
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8 risposte a il sorriso di Fede

  1. metallicafisica ha detto:

    Innanzitutto un obbligatorio: “Benvenuto in Splinder, era ora”:)
    Ricordavo questo “racconto” di amicizia ritrovata ma l’ho riletto con più calma e piacere ora che è sul Tuo blog…
    Un abbraccio, S*

  2. lsadora ha detto:

    Ricordavo anch’io, e ho riletto con tanto piacere. Era ora, sì, che mettessi su casa anche tu.
    Un bacione e un abbraccione!!

  3. anonimo ha detto:

    eccaspita!!!
    Ce l’ha fatta.
    :o)))_______________3f

  4. riccionascosto ha detto:

    “Era ora, era ora”… l’ho capito, sapete? 🙂
    E comunque, grazie a tutti e tre, come vedete alla fine ho ceduto.
    Non che finora vi abbia fatto vedere granché, quindi di che siete contenti? 😛

  5. Effe ha detto:

    è un’apertura di credito, diciamo

  6. anonimo ha detto:

    Tu garda chi si incontra.

  7. anonimo ha detto:

    OT. sono contenta di averi rivista, può bastare?***

  8. riccionascosto ha detto:

    Sorellona (perché sei tu, vero?) anche io sono contenta di averti rivista, speriamo anzi di poterlo rifare presto. :**

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