Scherza coi santi…

e lascia stare i fanti*
 
San Juan Chamula - la chiesa (foto:bnx)
 
 
 
Premessa: il brano prende il via da un post – e relativi commenti – di manginobrioches, e non vuole essere una trattazione veritiera e reale della religiosità degli indios chamula e tzotziles in generale, ma solo il ricordo delle impressioni e suggestioni  nate da una visita frettolosa, ma non dimenticata, di una turista. Abbiate quindi pietà delle imprecisioni, nate oltretutto da cinque anni di distanza dalla visita suddetta, e da una memoria, ahimé, non più infallibile.
 
 
 
 
  (foto: bnx; cliccando sulla foto, la sua visione del Chiapas e di San Juan)
 
La mattina di settembre si apre, brumosa, nella colorata casa-albergo di San Cristòbal de las Casas, e segue una notte illuminata dai fuochi d’artificio per la festa a chissà quale santo.
Dopo una colazione a base di hueva rancheros e non so più quali delizie nelle quali dolce e salato si alternano, saliamo sul pulmino, non senza aver lasciato, secondo le raccomandazioni di Cristina (la bruja, come sapremo dopo dalla e-mail) valori e documenti nella cassaforte dell’albergo. Utile precauzione, sembra, quando si gira per il Chiapas; ad essa crediamo senz’altro, dopo essere stati fermati, il giorno precedente, almeno da dieci posti di blocco tra Tuxla Gutierrez e San Cristòbal, e aver visto ogni volta passaggi di documenti (e altro) dalla guida ai militari.
La meta di oggi è San Juan Chamula, dove vivono appunto i chamula, il popolo più numeroso della nazione tzotzil.
Durante il viaggio, altre raccomandazioni: non fotografare direttamente nessuno senza permesso – gli indios credono che con l’immagine vada via un pezzo della loro anima, anche se alcuni lo cedono per pochi pesos – e soprattutto, non fotografare l’interno della chiesa; le immagini dell’esterno possono essere prese, ma a debita distanza. La pena per chi disobbedisce è fisica, come ci fanno capire i pesanti manganelli delle guardie civiche – la popolazione è divisa in famiglie, che si dividono i compiti relativi a polizia "religiosa"*, gestione della chiesa e delle festività.
La nostra guida paga il biglietto per la visita alla chiesa, e ci avviciniamo al portone, circondato da una serie di decorazioni in verde-azzurro che spiccano sul bianco dei muri. Sull’altro lato della piazza, tre croci in gruppo ci ricordano la commistione tra la religione cristiana e quella maya, che vede nella croce una rappresentazione stilizzata (almeno è questo il mio ricordo) dell’albero della vita.
Varchiamo il portone sotto gli occhi vigili della polizia religiosa. Nessuna descrizione, però, ci aveva preparati del tutto a ciò che vediamo, appena entrati.
L’aria è densa del fumo delle candele e dei fumi dell’alcol, versato – a terra e lungo la gola – dai curanderi le cui voci riempiono, con le nenie sussurrate, il silenzio della chiesa, neanche in questo simile alle chiese cattoliche che finora abbiamo visitato.
Il pavimento è coperto da aghi di pino, ancora verdi, che – ci dicono – vengono purificati in apposite cerimonie e che simulano il terreno aperto nel quale i maya erano soliti esercitare il culto. Si attutisce così il suono dei nostri passi, che trova eco però nella chiesa quasi vuota. Le panche, infatti, non sono allineate in file ordinate, ma addossate al muro, rivolte verso le teche con figure di santi che si affollano lungo le pareti in un ordine apparentemente casuale che nasconde, invece, una rigida gerarchia.
Lo spazio a destra e a sinistra dell’altare viene infatti assegnato sulla base delle “grazie” accordate dal santo, la cui importanza nella gerarchia è visibile dall’eleganza della teca e dei vestiti, nonché dalla sua vicinanza con l’altare maggiore. Anche il Cristo redentore ha un posto alla sinistra del Crocifisso, che ottiene – lui solo – gli onori dell’altare. Prima di lui, in scala gerarchica, Giovanni Battista. "Se ha potuto battezzare il Cristo", dicono infatti i chamula, "sarà certo più importante".
Le famiglie destinano buona parte dei magri guadagni alla cura del santo loro assegnato dalla comunità, che onorano con ricche vesti, feste spettacolari e sontuose processioni fino a che il santo li ripaga con l’adeguata benevolenza.
Ma guai al santo che delude le aspettative dei suoi devoti!
Viene spogliato, sia delle vesti che della teca elegante, e posto – faccia al muro – sul fondo della chiesa, ad espiare le sue mancanze, facendo “perdere la faccia” anche alla famiglia che l’ha in custodia. Fino a che, pian piano, non riuscirà a riguadagnare, con grazie e guarigioni, la fiducia dei suoi fedeli.
Ce ne sono un paio, lì, ad osservare le crepe nel muro, colpevoli di non aver avvisato per tempo di un incendio scoppiato lì vicino.
Resi cauti dal rigore con cui i chamula mettono in riga anche i santi, ci avviciniamo al centro della chiesa, dove candele di diverso colore (in relazione al “male” da guarire, come avevamo già appreso dai nastri di seta a Città del Messico, nella chiesa del Cristo dei veleni) bruciano davanti a delle figure sedute per terra: un curandero tiene poggiato sulle gambe un bimbo riverso, mentre i genitori lo guardano con apprensione. L’uomo canta modulando la voce in un ritmo quasi ipnotico, ed esegue sul corpo del bambino delle volute, con l’uovo che tiene in mano. Ogni tanto si ferma, e con l’altra mano afferra una delle bottiglie che ha di fronte; a volte è pox (un’acquavite di mais che gli indios distillano in casa) altre coca-cola (sembra che il gas contenuto nella bibita, provocando erutti, aiuti il male a uscire dal corpo). Alterna, l’uomo, lunghe sorsate per sé e per la terra (il pavimento, sotto gli aghi di pino, è di terra pressata) finché non cade in trance…
A questo punto, una mano sulla spalla ci invita, in modo fermo, ad uscire.
Ed è un invito che il manganello* ci consiglia di non ignorare.
 
Aggiornamento:
* mi hanno chiesto, via mail, se i manganelli fossero reali, visto che è difficile per noi immaginare una guardia dentro la chiesa. Sì, lo sono, anche se sono dei grossi bastoni, più che manganelli. Esiste infatti la polizia religiosa (i "fanti" del titolo), che regola il "funzionamento" delle pratiche religiose all’interno della chiesa, sta attenta che non si scattino foto o altro al suo interno ed esercita uno stretto controllo anche sulla popolazione. Alcuni gruppi di chamula convertiti al protestantesimo (la religione ufficiale dei chamula è il "cattolicesimo tradizionalista", ma le tradizioni sono le loro) sono stati infatti esiliati.
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4 risposte a Scherza coi santi…

  1. Effe ha detto:

    i santi se la devono guadagnare, la loro santità.
    E anche gli dei la loro deità.
    Mi sembra una visione equa dell’aldilà

  2. Flounder ha detto:

    c’è anche un’altra ragione dell’offerta di coca-cola: per anni è stata una delle cose più costose vendute nel villaggio.
    è bellissimo quel posto.

  3. riccionascosto ha detto:

    Herr Effe: già. Una santità piena di umanità.

    Flounder: coca-cola e pepsi si dividono i muri delle case, anche a Zinacantàn, dove le sponsorizzazioni servono a tenerle in piedi, quelle mura fatte di mattoni di fango e paglia, con un velo di intonaco colorato.
    Ma ugualmente, non riescono a togliere la dignità dai visi delle donne, secondo me le vere eroine di quei luoghi, con le schiene deformate dall’uso del telaio a vita che costringe a posizioni innaturali, e prive di diritti – alcune tribù praticano ancora la poligamia – ma con lo sguardo fiero dei loro antenati.
    Sì, belli e tristi a un tempo, quei luoghi.

  4. Gardenia ha detto:

    finalmente ti “vedo” evanescente riccio… bacio da g*

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