Cuciture

Con un sospiro di sollievo raddrizzò la schiena, da troppo tempo china sul suo lavoro.
Guardò la mano su cui gli anni e il gesso avevano tracciato linee bianche e secche, piccoli solchi di fatica e consuetudine.
La polvere bianca non andava mai via del tutto. Per quanto lavasse e lavasse ancora, una piccola parte si infilava sotto la pelle. L’organismo tentava di respingerla e la pelle si sollevava, secca ed arida nel rifiuto, ma non c’era niente da fare.
Il suo lavoro era ormai parte di lui; l’unica soluzione sarebbe stata smettere, e non poteva, non ancora.
Fino alla fine, mano e gesso avrebbero dovuto incontrarsi, e scontrarsi, per ottenere il disegno.
 
Il disegno. Era quello il suo compito.
Ma prima ancora del disegno, occorreva prendere le misure; definire – a grandi linee e con una certa precisione, allo stesso tempo – lo spazio in cui il disegno doveva muoversi, per poterlo riportare sulla stoffa. Passava ore chino sul tavolo, cambiando e ricambiando posizione, studiando la soluzione migliore.
E, finalmente, iniziava a tracciare sulla stoffa le linee precise: bianche sulla stoffa scura, nere sul tessuto a fantasia, perché il segno non si perdesse tra i colori. Dosava la pressione della mano perché il segno non fosse troppo evidente sulla seta sottile, da rovinarne la delicata lucentezza, ma abbastanza fermo sullo spesso double-face da essere rintracciato dalle forbici.
Perché di quel segno le forbici dovevano seguire fedelmente il percorso, e allo stesso tempo tenersene un po’ distanti. Anche per quelle la scelta era meticolosa: lunghe e affusolate perché il taglio non arricciasse la stoffa tirando i fili; affilate, perché la linea del taglio non fosse disturbata da stoffe più spesse. Sempre, però, da tenere con mano salda e un po’ ritrosa; mai troppo vicino al segno, per lasciare spazio alle eventuali modifiche. Ogni uomo è diverso dall’altro, e così l’abito che dovrà indossare.
Poi, dopo il taglio, i pezzi sarebbero stati ricomposti dalle imbastiture e l’abito, finalmente, montato.
Solo nella prova si sarebbero scoperti i difetti: a questo serve, il gioco delle forbici.
C’è chi ha la spalla scivolata e ha bisogno che la manica giri; all’altro invece serve un po’ di gioco sulla schiena, perché non tiri troppo… in fondo sono i difetti, e la loro correzione, che rendono un abito unico, e perfetto solo per colui a cui è destinato.
Infine, segnati con spilli e punti veloci i difetti da correggere, l’abilità della cucitrice avrebbe determinato la vera riuscita del capo. Punti minuscoli e quasi invisibili rendevano lo chiffon un miracolo quasi intangibile, ma sarebbe bastato un ago più grosso o una seta da occhielli a rovinare tutto. 
Un abito ben riuscito era uno scrigno di piccole e costanti attenzioni.
 
E invece…
Invece  erano arrivate le macchine, e al posto del gesso usavano forme stampate, e tagliavano strati e strati di stoffa, tutti insieme, tutti uguali. Ché non c’era amore, in quelle forme, né attenzione nelle taglierine meccaniche.
Ma era questo che si voleva: uniformi. Oh, non tanto da essere riconosciute come tali, ché questo avrebbe turbato la pretesa di libertà, ma abbastanza per riconoscere i simili senza doverli annusare da vicino.
E poi, così si faceva in fretta, niente sedute estenuanti, a stare immobili finché ogni difetto fosse stato individuato e corretto, né fili bianchi a segnare il progresso del lavoro, le soluzioni provvisorie, le parti che andavano aggiustate.
Non più l’abito ad adattarsi alla persona che l’avrebbe indossato. Il contrario, semmai.
E gli bastava guardarsi intorno per capirlo… ragazze in carne strizzate in pantaloni che lasciavano uscire forme abbondanti, donne che rifiutavano l’avanzare dell’età e uomini – quelli, poi – che si rendevano ridicoli lasciando trapelare pancette da maglie attillate più adatte ai loro figli.
Dov’era l’attenzione per i particolari? Dov’era lo studio dell’aspetto di ognuno, le misure, dove…
 
Scosse la testa.
Faceva il proprio lavoro, lo sapeva, e lo faceva anche bene, ma la riuscita finale non dipendeva da lui. No, aveva preso questa decisione fin dall’inizio e non l’avrebbe cambiata.  Per questo lasciava spazio tra taglio e disegno, per lasciare gioco alle cuciture.
 
Era un rischio. Lo sapeva bene e aveva valutato con attenzione tutte le possibilità, prima di decidere. Sapeva che anche il disegno più preciso può essere rovinato, se la cucitura non lo segue con attenzione o se i punti sono dati di malavoglia, ma il suo compito era quello e non l’avrebbe cambiato. Era una questione di fiducia, in un certo senso.
 
Fu distratto dalle immagini.
Un uomo urlava, tenendo una pistola puntata alla tempia di un bambino; lo colpì il suo sguardo, acceso di rabbia e freddo allo stesso tempo, come se in lui qualcosa si fosse distaccato. Subito gli si sovrappose una donna allo specchio; l’abito pendeva sul corpo scheletrico, ma lei vedeva ancora del grasso da eliminare. Quindi un uomo, vecchio stavolta, che sistemava meglio la sciarpa al collo del nipotino. E una donna, ancora, che riponeva con delicatezza l’abito da sposa. Le immagini continuavano a sovrapporsi: giovani, vecchi, bambini, con il loro peso di dolori e qualche gioia, cuciti addosso come toppe su una giacca vecchia.
 
Non distolse lo sguardo, anche se gli occhi conoscevano la compassione e le mani erano strette a pugno, nel desiderio forse di fare qualcosa di più. Ma si costrinse a riprendere il gesso in mano.
“Io traccio il disegno” si disse “ma, a volte, è solo questione di cuciture”.
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11 risposte a Cuciture

  1. fuoridaidenti ha detto:

    Riccio, sono soltanto io che vedo che in qualche modo i nostri ultimi due post hanno degli intrecci comuni? Parliamone.

  2. riccionascosto ha detto:

    Forse un disegno di trama e ordito? Ma a volte i disegni sono quasi invisibili, come la tela del ragno. Li vedi solo in controluce e da una certa prospettiva.
    Sì, parliamone.

  3. Flounder ha detto:

    quant’è bello il finale.

  4. broono ha detto:

    Ho sempre sognato di farmi fare un vestito su misura.

    Così, per provare per una volta il gusto di avere qualcosa addosso che si adatti a me e non, appunto, viceversa.

    Prima o poi lo farò.

  5. fuoridaidenti ha detto:

    Ne abbiamo parlato a sufficienza direi

  6. riccionascosto ha detto:

    Fdd: sì? e che abbiamo concluso?

    Broono: sì, è una bella esperienza. Tocca avere pazienza, però… ed immaginazione (magari per un uomo è più facile, non ci sono troppe varianti).

    Flo’, ti risponderei come lo specchio di Fdd nei commenti al suo ultimo post (“anche l’inizio non è male”) ma, onestamente, non potrei. 😉

  7. Minervaa ha detto:

    perchè, il passaggio centrale è da meno forse?

    non v’intrecciate troppo voi due 😉
    belli entrambi.

  8. anonimo ha detto:

    Io intendevo (ma stasera sono molto confuso e domani non so se lo sarò di meno) che mi pare di respirare certe strane coincidenze. Sarà merito forse di questi tre romanzi di Mariàs che con una certa difficoltà mi sono sciroppato uno via l’altro. Voglio dire, forse tu usi in modo più marcato, rispetto a tanti altri che leggo, lemmi ed inquadrature nei riguardi dei quali nutro una spiccata sensibilità. Sì, tutto sommato è tutto qui quel che ho da dire, confuso o meno. Potremmo fare una cosa, Io ti fagocito pian piano e tu fai uguale. Poi ne riparliamo, se ti va. Fuoridaidenti fuoriditesta ma comunque molto calmo.

  9. shemale ha detto:

    A volte è questione di cuciture, ma altre di scuciture e strappi. E ti viene la voglia di andare a cercare quel vecchio sarto, chiedergli un po’ di polvere bianca che non va mai via del tutto. Magari è proprio quella che stai cercando tu e puoi riuscirne a fare un filo sottile da inalare in un colpo. E avrai immagini sovrapposte, mani strette a pugno e sguardi non distolti.
    Dall’altra parte del mondo di quel sarto.

  10. manginobrioches ha detto:

    la vita è sartoria. trama contro di noi, ordisce, e a volte si sfilaccia senza rimedio. e le righe bianche, sono gessate per restare o anche solo piste, per andare altrove. si scrive per imitarla, la vita, a volte.

  11. riccionascosto ha detto:

    A volte la polvere (di gesso, della strada, delle case) ti entra dentro, e la “respiri” non solo con i polmoni, ma con tutta la pelle. E diventa vita, in un certo senso. Perché non te ne puoi staccare.

    E quindi, Brioche, se si scrive per imitare la vita, a volte si vive per poi scriverla, in un ritorno di specchi nel quale shemale è maestro, anche qui.

    In questo ritorno, di specchi e di parole note, come un suono di campanelli, ci si può perdere o ritrovare. Però, fdd, non vorrei che fagocitandomi qualche aculeo ti andasse di traverso… quindi, con calma. 😉

    Minnie, se sono belli entrambi non lo so… son contenta però che ti siano piaciuti.

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