Ritratto di una nonna, in pieno inverno

Pensieri (e ricordi) sparsi in una fredda giornata di dicembre, dopo aver letto il post  di brezzamarina
 
Mi talìanu, mamà” diceva Concetta, rientrando a casa dopo la passeggiata della domenica. “Pi ‘ddu cosi l’omini talìanu” rispondeva immancabilmente la madre “si ssì bedda, o troppu laria”.
Era una donna pratica, la madre, e non poteva essere altrimenti, con nove figli, una sartoria da mandare avanti e il marito quasi sempre fuori, cuoco a bordo di una nave.
Concetta era la penultima, la settima femmina, nata quando la più grande era quasi in età da marito, a una manciata d’anni dai primi nipotini. “Pampina”, la chiamava Nina – la nipote più grande – come le foglie che volano al vento d’autunno; non un nomignolo da zia, ma da compagna di giochi, che le rimase attaccato anche da adulta.
Non che fosse frivola o cambiasse facilmente idea, anzi; ma i nomi dati dai bambini spesso hanno motivi segreti.
Chissà cosa vide, Concetta, nello sguardo di quel giovanotto dai baffi impomatati e dall’aspetto distinto. Masino non era bello, non era alto, ma aveva viaggiato ed era sempre inappuntabile.
Chissà cosa vide, o forse pensò che a venticinque anni era giunto il momento di metter su famiglia, e lo sposò.
Presto però giunse il momento di decidere di nuovo della sua vita: seguire il marito a Vienna,  dove il fratello Peppino gli aveva trovato lavoro all’ambasciata italiana, o mantenere la sartoria già avviata?
 
Ci si corica nel letto che ci si è preparati la mattina; questo le aveva insegnato sua madre e questo era il matrimonio, ma Concetta fece una scelta difficile e rimase a casa da sola, con quel figlio nato dopo sette anni di matrimonio e che – lo sapeva – sarebbe rimasto figlio unico.
E a quel figlio faceva da padre e da madre, tranne per i pochi giorni in cui divideva la responsabilità con il marito, per quelle vacanze che li vedevano stare insieme tutti e tre.  
Masino partiva, tornava, cercava di risparmiare – a Vienna abitava in casa del fratello – ma per il resto era poco partecipe della vita familiare, se non attraverso le lettere che continuava a scrivere, ordinate e precise come lui.
Era tornato per qualche tempo, per ripartire ed abbronzarsi al sole del deserto nella guerra d’Abissinia. In guerra si era distinto, e ne aveva riportato foto con uomini scuri e cammelli, qualche oggetto strano e una medaglia al valore. Poi, però, non ce l’aveva fatta a rimanere ed era tornato al suo lavoro e a un pezzetto di Italia all’estero. 
E intanto suo figlio cresceva in un mondo di donne, dove il tempo era scandito dal suono di forbici e chiacchiere o segnato da lunghe gugliate e dove l’ora di pranzo era una corsa dal pastaio e una zuppiera fumante in mezzo al tavolo, tutte insieme, prima di riprendere il lavoro.
Quel figlio per il quale si sarebbe strappata il cuore, ma solo di notte, nel silenzio della sua stanza, perché di giorno era troppo forte il timore che l’affetto potesse prevalere e condurla ad accontentare ogni suo capriccio.
E così si tratteneva, Concetta, e girava il viso quando lui, per strada, le chiedeva una caramella o un giocattolo. Li avrebbe avuti in altri momenti, e in abbondanza, ma mai a una semplice richiesta. Tratteneva le lacrime per quel visetto deluso e le teneva strette, come le trecce che legava a doppia corona a incorniciarle il viso e che scioglieva solo la sera, quando finalmente poteva lasciare dietro la porta la sua armatura di vedova bianca.
 
Arrivò la guerra, e con essa il momento di sfollare; lo decise quel giorno che, dopo un bombardamento, tornò a casa dal rifugio e trovò i bicchieri della vetrina decapitati.
No, non distrutti dallo scoppio, ma proprio decapitati, con i calici poggiati accanto al gambo, come teste mozzate su un corpo ormai inutile. Era un segno del destino, si disse, e per evitare di fare la stessa fine raccolse le cose più care che poteva trasportare, prese suo figlio e se ne andò in un paese vicino, all’interno, dove le bombe avrebbero trovato mulattiere e muri a secco ad accoglierle.
Al suo ritorno la casa l’accolse con un sorriso sghembo, i denti mancanti le finestre divelte dalle esplosioni, i mobili danneggiati e schegge di vetro dappertutto. Qualcuno aveva rotto i lucchetti dei pesanti bauli per rubare la biancheria di lino e le stoffe che aveva frettolosamente ammucchiato, troppo pesanti per essere trasportate. Solo l’argenteria, chiusa dentro una valigia, li aveva seguiti nell’esilio, e si era quasi salvata dalla devastazione. Quasi, perché le poche cose dimenticate non avevano avuto la stessa fortuna.
Ma Concetta non si arrese – non lo faceva mai. Davanti alle difficoltà sembrava sempre trovare nuove risorse, e si rimise subito al lavoro.
Solo su una cosa aveva ceduto alle insistenze dei parenti: il figlio, ormai dodicenne, avrebbe dovuto andare in collegio; troppo difficile, per una donna sola, continuare ad allevarlo.
Così Pinuzzo si trovò catapultato da un mondo di sole donne – dove lo zio Natale e i cugini grandi erano le figure maschili a lui più vicine, più di un padre che vedeva quasi solo in foto – a uno di soli uomini: il collegio dei salesiani. E mentre lui si trovava a fare i conti con nuovi riti e diverse discipline, Concetta faceva due volte a settimana la strada del collegio, per portargli manicaretti fatti con le sue mani, la biancheria pulita e quei piccoli vizi che per tanti anni gli aveva negato ma che ora – sollevata, almeno in parte, dalle sue responsabilità – sentiva di potergli concedere, in cambio della durezza della separazione.
Passarono gli anni, e Pino imparò dai salesiani il mestiere di sua madre; tornato a casa, riprese gli studi classici, ma un moto di ribellione lo colse, a pochi mesi dall’esame di maturità, portandolo invece a decidere di continuare la tradizione di famiglia: la sartoria.
Se questa fu una delusione, Concetta non lo diede mai a vedere. Suo figlio era la sua vita: se lui avesse fallito, avrebbe fallito anche lei. Per questo lo incoraggiava, lo sosteneva, gli alleviava il più possibile ogni fatica. Quando Pino decise di aprire una nuova sartoria, gli “cedette” parte delle clienti e le lavoranti più brave, e ogni giorno portava, da casa sua, il pranzo che preparava con le sue mani; perché Concetta aveva le mani d’oro, ed anche in cucina tutto ciò che toccava diventava speciale.
Continuò, discreta, il suo compito di vivandiera anche dopo che Pino si fu sposato, per quella nuora che non aveva mai imparato a cucinare. Ma non lo rinfacciava mai, né prendeva le parti di suo figlio quando in famiglia c’era qualche discussione: “ognuno si corica nel letto che si è preparato la mattina”, non lo scordava mai e, anzi, lo ripeteva spesso.
Intanto Masino, che dopo la guerra era stato trasferito al consolato di Lione, con la pensione aveva fatto rientro a casa, e ora – forse per la prima volta in tanti anni, con l’eccezione dei periodi di vacanza – dividevano il tetto. Non la camera, quella no, ché troppi anni di solitudine forzata avevano scavato tra loro un fosso di abitudini diverse. Si curavano però l’una dell’altro: lei gli stirava le camicie inappuntabili, lui faceva le piccole commissioni e le alleggeriva il lavoro, ma arrivati alla sera trovavano poco da dirsi, e presto la televisione iniziò a riempire di chiacchiere e di piccoli riti le sere silenziose.  Fu quasi un sollievo quando lui se ne andò, in un freddo giorno di gennaio.
 
Per Concetta, di nuovo sola, fu naturale, infine, trasferirsi a casa del figlio. Non era una suocera invadente, non lo fu mai: rispettava sua nuora e l’amava come la figlia che non aveva avuto, come la madre che sua nuora aveva perso troppo giovane.
E poi c’erano i nipoti, con i quali poteva finalmente sentirsi libera di dar sfogo a tutto l’amore che per troppi anni aveva tenuto chiuso nel suo largo petto, anche se con la nipote – così simile a lei nei tratti e nel carattere – erano spesso scintille. Ma c’era l’altro, il suo principino, e c’erano anche i figli dei fratelli e delle sorelle di sua nuora, che aveva adottato come nonna. “Nonna Concetta” era ormai tale anche per loro, per quei bambini dei quali conosceva gusti e abitudini e che trascorrevano con lei le estati, insieme ai suoi nipoti, nella casa al mare. E quando tutti erano rientrati a scuola, a ottobre, in quella casa trascorreva le sue “vacanze”: tra il puzzo del letame per concimare l’orto – dove melanzane e pomodori le costavano più che al mercato – e le assi di legno dove il pomodoro e la cipolla si seccavano al sole per diventare astratto, si sentiva, finalmente, a casa. In quei giorni si sentiva, di nuovo, padrona della sua vita. Poteva decidere se mangiare in piedi un piatto di pasta davanti alla pentola fumante – aveva sempre detestato la pasta fredda, e ogni volta che la faceva mangiare al figlio di ritorno da scuola le salivano le lacrime agli occhi – o dimenticare il pranzo, troppo occupata dal bollire le bucce di mellone o la cucuzza centenaria per preparare la zuccata.
 
E la zuccata – l’acqua da cambiare o lo zucchero da aggiungere – rimase nei suoi pensieri anche quando la malattia, all’improvviso, la costrinse a letto.
Si vergognava quasi, di chiedere aiuto per lavarsi o farsi pettinare i lunghi capelli, ormai bianchi ma con una frivola ciocca bionda, quella stessa che aveva a lungo nascosto con le trecce nere. E appena poteva si alzava, malferma sulle gambe, e andava a controllare che tutto fosse a posto.
Se ne andò in una notte di luglio, due giorni prima del suo ottantaquattresimo compleanno e degli orali di sua nipote. Ai suoi diciott’anni aveva assistito dal letto, poco più di una settimana prima, sorridendo alle voci dei ragazzi che venivano dal salotto e provando, invano, ad assaggiare un po’ di gelato.
Andò via con discrezione, come aveva vissuto; ma prima di andare chiamò a sé suo figlio, mostrandogli in sogno la scena della sua morte, così che non ne fosse sorpreso.
Poi vide che tutto era a posto, e si concesse l’ultimo respiro.
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9 risposte a Ritratto di una nonna, in pieno inverno

  1. brezzamarina ha detto:

    ..quella frase sul coricarsi nel letto che ci é preparati l’ho sentita spesso anche nella mia famiglia. recentemente ho scoperto che é un detto abbastanza universale, una signora canadese me lo ha riportato ‘paro paro’ solo tradotto in inglese..

  2. riccionascosto ha detto:

    Sarà stata un’oriunda? 😉

  3. brezzamarina ha detto:

    era addirittura di origini irlandesi..

  4. anonimo ha detto:

    E LO SAPEVO;))))
    Che prima oppoi diventerò editore e neanche spiantato della miglior internet che c’è!
    Caspita, fiuuuuu che taglio!
    Considerati sotto MIA esclusiva, mrs. Ricciolina;)
    E complimenti sinceri!

  5. Effe ha detto:

    così densa, che dentro questa storia c’è tutta una vita

  6. shemale ha detto:

    Sta tranquilla, nonna Concetta.
    E’ davvero tutto in ordine, tutto in regola.
    Come in questo post.

  7. riccionascosto ha detto:

    Bea, i complimenti li dovresti fare a mia nonna; io non ho fatto altro che pescare nei ricordi.

    Mi creda, Herr… ci sarebbe altro da dire, ma certe cose, forse, non le conosco neanch’io.

    Shemale, credo che se non ne fosse stata sicura, avrebbe messo in riga pure la morte.

  8. fuoridaidenti ha detto:

    Queste figure che riescono a mantenere fino all’ultimo respiro quel senso di esserci con discrezione sono quelle che più si rimpiangono. Un grazie per averci presentato la tua nonna

  9. Pingback: Fisica (in)applicata | Trìspito

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