Liberare le parole?

Su Herzog si discute sulla missione del blog, che – se ho capito bene la tesi iniziale – dovrebbe essere quella di dare “a chi prima e diversamente non l’aveva, consapevolezza della necessità, oltre che della possibilità, di liberare la parola”, individuando tale soggetto nel metalmeccanico-come-archetipo.
 
Ora, io apprezzo molto le svariate ipotesi che sono contenute nei commenti al post, e vorrei avere il tempo di esaminarle con attenzione, però…
 
Però ora quello che mi preme è fissare un paio di concetti – miei – prima di perderli per strada.
 
Il primo (scusate) è la totale condivisione del commento n. 65 di contorno – tra l’altro l’unica che mi sembra incarnare, in un certo senso, l’archetipo ricercato. Il suddetto commento, secondo la mia interpretazione, dovrebbe riferirsi all’affermazione – peraltro condivisa da più commentatori – che il tempo sarebbe il maggiore problema  del metalmeccanico (inteso come “lavoratore manuale”) circa l’eventuale apertura di un blog. Non ho esperienza diretta – se non limitatissima nel tempo e in qualità di volontaria – di questo tipo di lavoro, ma l’esigenza di scrivere, o fare musica, o dipingere, liberando non solo la parola ma lo spirito artistico penso dipenda dall’animo umano e non dal lavoro. Poi ci può essere – e qui lo condivido – la maggiore o minore accessibilità a un mezzo come il blog, ma questo mi sembra sia un altro discorso.
 
Il secondo – che però è una conseguenza del primo – è che il non avere consapevolezza della necessità di liberare la parola non mi sembra sia “patrimonio esclusivo” dei lavoratori manuali (o degli “schiavi” come li ha definiti shemale). E di questo posso dire di avere una esperienza personale. Quello che voglio dire è che, pur avendo a che fare con le parole – certe parole – anche dal punto di vista lavorativo, la mia necessità di liberarle è via via aumentata, in questi ultimi anni, proprio attraverso il mondo dei blog, fino a portarmi al punto di aprirne uno. Prima c’era lo stesso, credo, ma non era consapevole e, soprattutto, era accantonata.
 
E quindi mi chiedo: è proprio necessario fare una distinzione “lavorativa” per “assegnare” una missione al blog (ammesso che ce l’abbia)? E ancora, per assegnargli la missione di “liberare le parole”?
Personalmente ritengo di no, e l’esperienza di “scrittura zen” descritta da Flounder nei commenti mi sembra punti in tale direzione. Anche tra gli “impiegati di concetto” (categoria quanto mai variopinta) questa consapevolezza mi sembra più una conquista che una cosa naturale.
 
Mi incuriosirebbe invece capire anche il diverso utilizzo del mezzo blog nelle diverse fasce di età, vedere se è simile a quello che Flounder, nei commenti, descrive come approccio alla “scrittura zen” (commento n. 92): i giovani erano più fluidi nello stile ma molto grevi, poco propensi a mettersi in gioco, poco inclini anche a scardinare le regole del bello scrivere, tipo ipotizzare qualcosa senza punteggiatura o tautogrammi. si innervosivano.
più si andava avanti con l’età e più aumentava la disposizione ironica e il piacere. c’è stata gente che non ha azzeccato un congiuntivo ma era commossa, non scriveva da 35 anni, si sentiva riappropriata di qualcosa.
 
Ma purtroppo non c’è tempo, ora (e quindi, il tempo diventa veramente un ostacolo?). Ci penserò domani…
Però sono totalmente d’accordo con la proposta di istituire la Giornata della Scrittura di Strada. Blog o non blog.
Aggiornamento:
A proposito di Giornata della Scrittura di strada, qui – specialmente nei commenti – le prime ipotesi per organizzarne una nel 2006.
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Questa voce è stata pubblicata in pizzini, sperciate, trispito. Contrassegna il permalink.

15 risposte a Liberare le parole?

  1. Effe ha detto:

    il metalmeccanico-come-archetipo è uno strumento del discorso (ho parlato anche, ad esempio, dell’immigrato clandestino) per indicare, in realtà, un certo tipo d percorso nei confronti della parola.
    Il blog è rivoluzionario se risveglia la coscienza di chi per la prma voota dice “Cribbio, ma IO ho qualcosa da dire, e devo farlo assolutamente, devo farlo ADESSO”

  2. riccionascosto ha detto:

    Questo lo capisco, Herr, ma io penso che i destinatari di tale “risveglio” siano ben più di quelli che il suo meccanico-come-archetipo sottintende.
    Ciò che intendo dire io è che la scoperta della parola da liberare -attraverso il blog o anche altri mezzi – deve ancora passare tra molti di quelli che, invece, con la parola dovrebbero avere più dimestichezza. Cioè che tale “liberazione” è ancora a uno stadio primitivo (non riesco a spiegarlo meglio, spero si capisca lo stesso). Il che non vuol dire che non debba essere trasversale, toccando a un tempo le diverse categorie.

  3. fuoridaidenti ha detto:

    Oddìo, sono davvero messo male a questo punto io che affronto la questione della parola come qualcosa d’istintivo liberatorio catartico cazzeggiante e blablabla senza sfiorare nemmeno l’aspetto della presunta consapevolezza di qualcosa da liberare (dunque di qualcosa che è in catene?)

  4. riccionascosto ha detto:

    Direi che stai messo benissimo, invece, fdd…

  5. lsadora ha detto:

    Io sono un accademico col cuore di metalmeccanico, uno sviscerato amore per la parola scritta (letta forse ancorpiù che scritta) e la paura – folle – di “perdere” per strada la mia amatissima lingua madre, l’italiano. Per questo scrivo, scrivo su di un blog (o più d’uno), scrivo di quello che mi pare, quando mi pare e, soprattutto, come pare a me. Non so se il blog abbia risvegliato la mia coscienza (ma che significa?), io sono sempre riluttante alle profonde elucubrazioni esplicative di comportamenti per me altrimenti plausibili, fatto sta che mi offre una possibilità semplice ed immediata di dare voce ai miei pensieri e di ottenere con altrettanta immediatezza una risposta, un confronto (in modernese: un feedback). Se poi vogliamo darci un tono intellettuale e cantarcela al suono di “mamma mia quanto siamo rivoluzionarî, quanto siamo innovativi” facciamo pure, ma non è con un blog che si diventa chi non si è, non dimentichiamolo.

  6. Flounder ha detto:

    riccio, se tu non esistessi bisognerebbe inventarti.
    hai il dono della sintesi, leggi con attenzione, sottolinei e rilanci.
    sei una sorta di Osservatorio Permanente.

  7. Effe ha detto:

    Isadora,
    che cos’è che non si è? (se affermi che non è con il blog che lo si diventa, dovresti avere le idee chiare, suppongo)
    E come si diventa ciò che non si è? (se affermi che non è con il blog, saprai allora con quali alri strumenti)
    E perché proporre ad altri lo stesso tipo di esperienza che provi tu, dovrebbe essere una forma di intellettualismo?
    Grazie assai

  8. shemale ha detto:

    Non so se avrai tempo (lo faccio apposta…) per rispondermi, ma ti commento lo stesso, anche se vado proprio di fretta (e dai…).
    Voglio fare una precisazione.
    Non credo che il problema, per “schiavi” od altri, sia il “non avere consapevolezza della necessità di liberare la parola” (o qualsiasi altra forma di espressione e creatività).
    Obiettivamente parlando, oggigiorno, in occidente, esistono infinite espressioni di creatività, ai più svariati livelli: la gente si riappropria del proprio corpo, danzando o piroettando in ginnastiche sofisticate, canta, suona, dipinge, fotografa, scolpisce o scrive (non solo sui blogs). La società prende lentamente atto che il lavoro non è più “necessario” (nei termini in cui lo era in passato) e concede ai suoi cittadini molta più libertà di prima. Per ora, in ossequio a una piccola ipocrisia, questa libertà consiste principalmente nell’oziare in ufficio. Ma l’evoluzione è nel senso di riconoscere che le poche cose che facciamo sul lavoro hanno, in genere, un altissimo valore aggiunto e, pertanto, non c’è più bisogno di una nostra costante presenza sul luogo di lavoro. Fra poco ci faranno stare a casa e il nostro impegno si trasformerà, per usare dei termini giuridici, da “obbligazione di mezzi” (:ti do in pasto il mio tempo e la mia libertà) in “obbligazione di risultato” (: che ti serve? ci penso io, basta che ti levi dai coglioni…). Il mio migliore amico è il capo della Nokia Mobile greca e la mattina si sveglia in media alle undici e mezza. L’ultima riunione di lavoro l’ha fatta in un agriturismo, mungendo le vacche e zappando l’orto insieme agli altri mammasantissima. Fra poco sarà lo stesso anche per noi.
    Non serve certo il blog per essere liberi e creativi, hai perfettamente ragione. Già esistono matite e pennarelli, biro e taccuini, bande musicali municipali e cori di chiesa. Ciò nondimeno anche il blog fa la sua parte in questo virtuoso processo di sollecitazione dell’espressione e della creatività. E sollecitare creatività, in qualsiasi forma, è molto importante, perché (il fondamento teorico del concetto ce lo spiegherà con più calma Missy) la creatività è, in primo luogo, una manifestazione di libertà. Ed essere liberi è un atto di gioia. E cosa c’è di meglio di una comunità di individui gioiosi? Non dovrebbe perseguire questo fine i nostri politici (come facevano un tempo i profeti)?
    Qual è il problema, allora?
    Il non-occidente, in primo luogo.
    E la minoranza sfigata dell’occidente, subito dopo. E’, senza dubbio, una minoranza (operai, contadini, marinai, metronotte, infermieri, etc.), ma esiste ancora. E dobbiamo restituire anche a loro il tempo che gli appartiene, prima di regalargli pennarelli, chitarre o blogs. Non credo, lo ripeto, che non abbiano consapevolezza della necessità di liberare la parola.
    Penso non abbiano proprio tempo di maturare una consapevolezza di questo tipo.

    Scusami la brevità, ma devo scappare.
    Lo sai benissimo che “tempus fugit”…

  9. Effe ha detto:

    sul’obbligazione di risultato non saranno contenti gli avvocati (e neppure i politici)

  10. shemale ha detto:

    E’ ovvio, infatti, che in un prossimo futuro non ci saranno più avvocati, nè politici, Effe.
    E neppure giudici.
    Lo sai, è il mio solito, inguaribile ottimismo…

  11. giorgioflavio ha detto:

    Sarà che non ho la tempra del teorico, ma tra Concetta e il dissertar intorno al Concetto (per quanto utile sia la discussione e acute siano le osservazioni, e qui lo sono) be’, QUE VIVA SIEMPRE CONCHITA! Non me ne voglia. E non si dispiaccia troppo se dalle parti di Contos i do conto ai passanti di questo prezioso indirizzo.
    Credo di averle già detto que estoy encantado para usted, mi querida. Ma ripeterlo non fa male. Auguri, di cuore.

  12. lsadora ha detto:

    Effe, la tua logica suona stringente, ma – c’è un ma: io non ho scritto che si diventa o non diventa qualcosa in particolare. Intendevo solo dire che non si diventa “altro” solo in virtù dell’esprimersi attraverso un blog. Il blog è un mezzo di comunicazione, poi l’individuo ne fa un uso particolare e lo rende particolare, interessante, noioso, simpatico, spocchioso, ignorante o saccente. Il blog è neutro, è uno strumento come il telefono, la televisione, la radio. Sono io che faccio il blog, che lo plasmo, che gli conferisco una personalità, non lui che fa me. È il rapporto causa-effetto che è invertito. Per quanto riguarda l’essere “rivoluzionarî”, vale la stessa cosa. Io, a scrivere su di un blog all’inizio del XXI secolo mi sento rivoluzionaria quanto a fare una telefonata. Zero. E non riesco a dare questa valenza intellettuale così alta a ciò che scrivo sul mio modestissimo blogghino. E sicuramente non mi sento speciale o migliore di altri per via del blog.

  13. triana ha detto:

    La giornata della scrittura di strada?
    Dai dai, famola, famola! Solo ora – mancavo da un po’ dal salotto di Giorgio Flavio – ho letto la tua segnalazione e quindi il racconto dell’omino delle bici: troppo bellino. Ma dove l’hai scovato?

  14. Effe ha detto:

    Isadora,
    per come intendo, tu dici “blog” come si dice “libro”.
    Ma questo rischia di confondere il mezzo con il genere.
    Il libro è infatti ciò che vi sta dentro (un romanzo, una raccolta di poesie).
    E anche un blog è un genere letterario, con una propria sintassi, con potenzialità nuove e differenti rispetto al passato.
    Lo strumento è neutro; il genere non lo è mai.
    E poi sì, credo – in generale – che scrivere ci faccia essere diversi. Non migliori o peggiori.
    Diversi.
    Tutti gli “io” diversi che non sappiamo di essere.

  15. riccionascosto ha detto:

    Triana, rispondo solo a te di corsa (gli altri mi scuseranno, ma le risposte per loro le rimando a quando avrò tempo per meditarle).
    Basta andare su sacripante! e iniziare a sfogliare… di racconti ne trovi quanti ne vuoi (compresi quelli di giorgioflavio).

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