Carletto

Cinque ore sono lunghe, in treno, ed a tagliarle la lingua, a volte, è docile strumento. Così i pettegolezzi lasciano posto ai ricordi, a sprazzi di sonno e ad un caffellatte che ti brucia la gola.
 
Mi è tornato in mente all’improvviso, Carletto.
Un piccolo volto sorridente e a punta, con gli occhi vivaci e intelligenti a dare le risposte al posto di una bocca che, a dispetto dei tre anni, ancora non sapeva farlo.
Perché Carletto, nascendo, aveva subito una lesione al cervelletto che aveva danneggiato – tra le altre cose – il centro motorio e del linguaggio.
Carletto non parlava, ma si faceva capire ruotando gli occhi nerissimi e vivaci, con le ciglia lunghe da bambina.
Non camminava – non aveva il controllo degli arti – e neanche sapeva reggersi seduto, ma a guardarlo spesso la compassione si trasformava in sincero affetto, per quel bimbo sorridente e furbissimo.
Ti accorgevi infatti di quale attenzione mostrava ai tuoi, di movimenti, come sapeva irrigidirsi quando intuiva che stavi per portarlo a fare ciò che non voleva – la ginnastica – e come invece stava rilassato tra le tue braccia per fare merenda o solamente per prendersi le coccole.
Eravamo stati contattati – come scout – dalla parrocchia, a sua volta chiamata in causa da genitori stanchi. Perché far fare ginnastica Carletto era fondamentale, ma al tempo stesso faticosissimo, e loro non potevano permettersi di pagare la fisioterapia in permanenza.
Del padre non ricordo il nome (Antonio, forse) ma i lineamenti.
Rosso di capelli e di baffi, lentiggini a coprire il volto e una magrezza stanca. Le mani grandi e screpolate che scoprivano la delicatezza a carezzare il figlio. Faceva il poliziotto e compariva di rado, alzandosi dal letto del riposo dopo un turno di notte o salutandoci di sfuggita nell’andare in servizio.
Anna era invece piccola e rotondetta, giovane nel sorriso ma vecchia nello sguardo. Ci accoglieva con il caffè e il resoconto dell’ultima puntata della telenovela – erano i tempi de “La schiava Isaura” – che anch’io vedevo, per trovare un comune terreno per le chiacchiere.
Pochi minuti delle nostre voci e Carletto, in salotto, iniziava ad agitarsi, aspettando la tortura  quotidiana.
Per stimolare il coordinamento degli arti e fargli fare del moto, dovevamo infatti fargli fare dei movimenti che diventavano simili a una nuotata, ma che per lui sembravano un’ingiusta costrizione.
Eravamo organizzati in tanti gruppi di due, un’ora e mezza a turno, due turni per giornata.
Nel salotto – l’unica stanza con la vista su strada – il balcone aperto per “far girare” un po’ d’aria lasciava intravedere la biancheria stesa ad asciugarsi allo smog del centralissimo Corso Olivuzza (che poi, da decenni, la strada si chiami "Corso Camillo Finocchiaro Aprile", molti a Palermo non lo sanno neanche). Carletto ci aspettava seduto, ma più spesso sdraiato, sul divano di finta pelle, un lenzuolo o una coperta – a seconda delle stagioni – a impedirne il diretto contatto sulle gambe nude.
In mezzo alla stanza, usurpando il posto del tavolo da pranzo che si ritirava, offeso, in un cantuccio, stava una specie di tavolaccio bianco con il piano imbottito.
Per ridurre l’attrito spargevamo del borotalco sulla superficie; poi, quando tutto era pronto, uno di noi prendeva in braccio Carletto e si iniziava.
Lo mettevamo a pancia sotto: la madre sul lato della testa, ognuno di noi su un fianco. Bisognava ruotargli la testa, alternativamente, a destra o sinistra; nel frattempo, occorreva muovergli in sincrono braccia e gambe. Sul fianco destro, braccio e gamba piegati verso l’alto, sulla sinistra distesi; poi, mentre la testa ruotava, il movimento opposto. Per un’ora almeno, senza fermarsi.
I primi movimenti erano fluidi e cedevoli; man mano che la stanchezza si faceva strada insieme alle lacrime, Carletto si irrigidiva.
Con una forza insospettabile in un bimbo così piccolo, chiedeva tregua da quella tortura e opponeva resistenza alle mani che tentavano di piegargli la gamba. Occorreva forzarlo, e nella forza del braccio barricare il cuore fino a che la sveglia suonava, per tutti, come una liberazione.
Perché quel suono fermava anche il pianto, e riportava  il sorriso sul volto di Carletto.
Iniziava allora la parte più divertente, quella dove immagini e oggetti prendevano il posto del movimento forzato in nuovi esercizi, e gli occhi dalle ciglia lunghe si muovevano a riconoscere il bicchiere, o un libro, o a cercare mamma e giocattoli.
Per due anni la casa di Carletto, a giorni alterni, riempì i miei pomeriggi. Vidi la pancia di Anna crescere nell’attesa di un altro figlio, la sua gioia triste nel vederlo gattonare accanto al fratello più grande che lo seguiva con lo sguardo.
Poi il padre fu trasferito, e non ne seppi più nulla.

Ma se chiudo i miei occhi, rivedo ancora i suoi e la risata che mi insegue da uno sguardo nerissimo e vivo, a dispetto di tutto.

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8 risposte a Carletto

  1. Flounder ha detto:

    carico di umanità, di tenerezza e di passione.
    così mi piaci, così. sì.

  2. broono ha detto:

    e di coraggio.

    ma magari invece no.
    non lo so.

  3. riccionascosto ha detto:

    Coraggio, Broono?
    Non il mio, di certo.
    Forse quello dei genitori, non so.
    Io penso solo che sia amore. Il resto, viene da sé.

  4. Effe ha detto:

    io qui ho voglia di gridare e accusare e chiedere conto a dio, se solo esistesse

  5. BBSlow ha detto:

    Io invece penso che Carletto, oggi, probabilmente non nascerebbe neanche. E che tutto l’Amore che può suscitare, con tutto il bene che ne deriva, andrebbe perduto.

  6. riccionascosto ha detto:

    Slow, la lesione di Carletto è avvenuta al momento della nascita (ora non ricordo se per un uso errato del forcipe o per un ritardo o per quale motivo… sono passati più di vent’anni, spero capirai).

    Herr, non vorrei autocitarmi, ma Dio, per me – ed esiste – pone solo il disegno iniziale. Sono poi gli uomini (e in questo caso, un errore umano) a fare il resto. E’ questione di cuciture. A volte, non solo in senso metaforico.
    E comunque posso dire che la vita di Carletto – per quanto sia durata, purtroppo non so neanche se è ancora vivo – ha avuto un senso, ed è stata piena di amore. Molto più di quanto altri bambini, magari sani nel corpo, possano dire.

  7. broono ha detto:

    Di sicuro quello dei genitori è superiore.
    Negarlo è impossibile.

    Ma non è che uno escluda l’altro.

    Secondo me ci vuole coraggio anche a sostenere poche ore come quelle.
    Quanto in più ne spenda chi nè è genitore, non l’ho citato perchè è un altro discorso e non credo, appunto, che uno eslcuda l’altro.

    Altrimenti anche l’amore che tu sai lui ha provato e vissuto anche grazie a voi non dovrebbe esserti noto, visto che i genitori ne hanno sicuramente dato di più, no?

    Volevo solo dire questo.
    E voleva essere una stretta di mano al tuo, continuamente confermato, valore.

  8. riccionascosto ha detto:

    Broo’, io la stretta di mano me la prendo (come si dice, ogni ficatieddu ‘i musca è sustanza), ma sul valore credo mi sopravvaluti. :*

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