Inquietanti presenze

Da un paio di giorni vedo un frenetico andirivieni di visitatori che, immagino, attendono da me un ennesimo resoconto su Genova. Penso che sull’argomento siano già state spese parole ben più degne delle mie – gli interventi li trovate raccolti su ineditablog, al quale vi rimando – e quindi, per stavolta, passo.  C’è però un incontro che, in questi giorni, mi ha colpito particolarmente, e che non posso fare a meno di raccontare.
 
Tutto iniziò in una fredda sera di febbraio. Mancava poco alla mezzanotte – l’ora delle streghe – e dietro le finestre il vento soffiava, gelido, a promettere tempesta.
Nel silenzio della notte i passi risuonavano sulle scale. L’uomo scendeva per primo, lo zaino sulle spalle. La donna lo seguiva da presso, attenta a non farsi distanziare. Arrivarono nell’atrio buio, dove sulla scacchiera del pavimento le caselle bianche riflettevano la luce che filtrava dall’esterno attraverso i vetri bruniti del portone.
L’uomo allungò la mano verso il pulsante dell’apriporta. Il braccio rimase a mezz’aria, il gesto congelato da ciò che la porta a vetri rivelava.
Appena fuori dal portone, nascosto nell’ombra ma visibilmente pronto ad entrare se appena ne avesse avuto l’occasione, stava infatti…
Un ranocchio.
L’uomo si volse verso la donna, incerto. Che ci faceva una rana, lì? Non era la prima volta che ne vedeva una, disse lei; pur abitando in città, la presenza di uno spazio verde piuttosto grande sull’altro lato della strada faceva sì che, di tanto in tanto, qualcuna facesse capolino vicino alla rete di recinzione. Un paio di volte il loro cane, passeggiando, si era avvicinato ad annusarle con curiosità, sobbalzando poi quando “il sasso” si muoveva, infastidito.
Quella, però, aveva attraversato la strada – in pieno inverno, per di più – ed era saltata, attraverso cancello e giardinetto, fino al portone.
Entrambi si misero a valutare le diverse possibilità. Se avessero aperto il portone, la rana sarebbe certamente saltata dentro, e farla uscire sarebbe stato poi quasi impossibile. D’altronde spingerla lontano nell’aprire la porta sembrava un’ipotesi impraticabile. E poi, come fare? Un calcio? Fuori discussione. Una paletta? Sarebbe stato necessario ritornare a casa, ed era già tardi anche per chiederla in prestito ai vicini del pian terreno.
 
Fu così che decisero di uscire di casa dalla porta del garage, lasciando a chi fosse venuto dopo di loro… il dilemma della rana.
 
 
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9 risposte a Inquietanti presenze

  1. Flounder ha detto:

    bisognava baciarlo, ecco cosa bisognava fare.
    (ma devo proprio insegnarvi tutto?)

  2. riccionascosto ha detto:

    (psstttt… Flo’, io ci avevo pensato, ma poi non sapevo come l’avrebbe presa, mio marito)

  3. Effe ha detto:

    bastava farla baciare al marito
    (ognuno si assuma le proprie responsabilità)

  4. Flounder ha detto:

    riccioooooo, che fine hai fatto?

  5. riccionascosto ha detto:

    Flo’: ci sono… a intermittenza, però 😉

    Herr: la prossima volta la prendo e la porto a lei, da baciare (magari è una bella principessa, non si sa mai)

  6. Minervaa ha detto:

    non è per fare la moralista ma a me tutti questi baci a rane sconosciute sembrano azzardati.

  7. Effe ha detto:

    giusto, bisogna prima frequentarle un po’

  8. brezzamarina ha detto:

    (ho letto la lettera dal carcere…ci ho ritrovato pensieri che forse dovrei scrivere anch’io..bella..bella davvero)

  9. riccionascosto ha detto:

    Minerva: e infatti, come vedi, cerchiamo di palleggiarcela l’un l’altro.

    Herr: che fa, si tira indietro?

    Brezza: hai ragione (sui pensieri che abbiamo un po’ tutti; sulla bellezza, non so)

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