L'uomo dei bottoni

Più che a un dio – a dispetto del suo stesso nome – il signor Mercurio assomigliava a un folletto. Sembrava, infatti, uno di quei folletti operosi che si trovano nelle favole dei Fratelli Grimm: quelli che lavoravano di notte, filando la lana o costruendo scarpe, e che il mattino dopo scomparivano, lasciando matasse di fili d’oro o delicati stivaletti a punta al loro posto.
Come quei folletti era basso di statura; due orecchie a sventola reggevano pesanti occhiali di corno, che toglieva spesso quando doveva chinarsi ad osservare qualcosa da vicino. I radi capelli bianchi non arrivavano a coprire la testa, che era però protetta da una morbida coppola. Sciarpa e cappotto lo infagottavano in inverno e una grande borsa a soffietto, come quelle che portavano i medici un tempo, era la sua fedele compagna.
Il signor Mercurio, però, costruiva bottoni.
Arrivare nel suo laboratorio voleva dire salire per una ripida scala – nel palazzo non c’era ascensore – e giungere all’ultimo piano con il respiro un po’ corto.
Mentre prendevi fiato, la porta si apriva e dietro spuntava una donna, piccola e rotondetta, con i capelli un po’ ricci a incorniciare il volto e un sorriso cordiale. Non lo sapevi, allora, ma un certo  Tolkien l’avrebbe descritta perfettamente come una hobbit. E la rotondità, nei ricordi di bambina, riguardava ogni oggetto. In quelli, il tetto era come a volta e i divani del salotto, dove gli adulti si fermavano a prendere il caffè, erano avvolgenti come una mano.
Ma la vera meraviglia era il laboratorio. Lì centinaia, migliaia di occhi ti guardavano, ciechi, dai bottoni. E le scatole riportavano sul bordo, cucite, le forme e le misure più disparate. Qui enormi bottoni da cappotto, grandi scacchiere dove la madreperla riluceva nei quadrati chiari; lì bottoni gioiello, con gli strass a riflettere la luce del sole che arrivava dall’ampia finestra, mentre dei semplici bottoni bianchi stavano poggiati sul tavolo, in attesa di essere immersi nel bagno di colore.
Era quella, la magia del signor Mercurio.
Trovare per ogni bottone la giusta forma e il colore più adatto agli abiti che doveva completare. Si lamentava, un poco, che i figli non avessero voluto imparare la sua arte, ma la tristezza era mitigata dall’orgoglio per la strada che avevano scelto e i nipotini che gli alleviavano la vecchiaia.
Di questo parlavano, lui e mio padre, chini sui campioni di stoffa ad accostare e cambiare modelli di bottoni che l’ometto tirava fuori dai cassetti e dalle scatole ammucchiate sugli scaffali.
Grandi o piccini, a due o quattro occhi, piccole semisfere dal gancio nascosto sul retro: sembravano tanti, a volte, a confondere le idee; altre non bastavano a soddisfare le esigenze di due perfezionisti come loro.
Ma, in un modo o nell’altro, finivano per trovare un accordo.
E così, qualche giorno dopo, era il turno del signor Mercurio di bussare alla nostra porta.
Entrava sempre col cappello sotto il braccio, poggiava l’inseparabile borsa sul tavolo e si sedeva per il caffè. Poi si alzava di nuovo – non avrebbe potuto fare altrimenti – e apriva la borsa, dalla cui bocca capace traeva le sue meraviglie. Erano tutte avvolte in candidi pezzi di carta velina, che svolgeva con attenzione per mostrare, con orgoglio, l’esatta sfumatura di colore che aveva catturato dal campione di stoffa, o la fibbia delicata che aveva costruito.
Un sorriso accoglieva allora l’approvazione di mio padre; poi la borsa si chiudeva di nuovo e, con la giusta ricompensa per il suo lavoro, il signor Mercurio salutava e scompariva.
Fino alla prossima volta.
 
Qui si parlava di dei e di mestieri perduti; i ricordi, si sa, han bisogno di poco per essere destati.
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4 risposte a L'uomo dei bottoni

  1. Effe ha detto:

    è sempre questione di cuciture, allora.
    Il Signor Mercurio doveva essere un asso, ad attaccar botone

  2. metallicafisica ha detto:

    Mi hai fatto ricordare che da piccola collezionavo bottoni dalle forme e colori più strai… e Mercurio è uno dei miei dei preferiti…
    La solita sorellona:)***

  3. riccionascosto ha detto:

    Herr: il signor Mercurio era un asso in molte cose, forse. Eppure non lo avresti creduto, a vederlo così: silenzioso e quasi invisibile. (ma è sempre questione di cuciture, sì).

    MF: anche io a casa avevo scatole e scatole di bottoni (ma questo non stupisce 😉 ) :**

  4. Flounder ha detto:

    anche io un’infanzia piena di bottoni.il mio era il signor Trusiano
    (son traumi infantili, come si è poi dimostrato)

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