C'era…

una volta…
 
“Un pezzo di legno!” dirà qualcuno che, avendo letto Pinocchio, immagina il colpo di scena.
E invece no, niente pezzi di legno.
C’era una volta una storia che non voleva essere raccontata.
Bisogna dire che le storie, quando nascono, sembrano tutte uguali: tutte hanno un inizio, uno svolgimento e una fine (vabbè, c’è “la storia infinita”, ma è l’eccezione che conferma la regola, no?).
Il fatto è che, finché non vengono riempite, le storie sono in realtà una storia sola, e stanno quindi a vagare, l’una accanto all’altra, fino al momento in cui la prima parola non le afferra all’amo e non ne fa uscire una dalla grande vasca del F.O.R.S.E.  (Fondo.Oceanico.Reperimento.Storie.Eleggibili) e la inizia a plasmare nel P.O.N.G.O.  (Piano.Organico.Narrazioni.Generiche.Occasionali).
 
La storia – definirla meglio sarebbe già raccontarla, e capite bene quanto questo vada contro i suoi desideri – cercava accuratamente di evitare gli ami, che invece le sue vicine sembravano a volte desiderare.
Alcuni le sembravano troppo tozzi e  grossolani, altri – sottilissimi e lunghi – troppo fragili per sostenere il suo peso; altri, infine, avevano lunghezza e dimensioni giuste, ma non le parevano adeguatamente acuti.
Nessuno, quindi, le faceva desiderare di diventare unica, facendole preferire l’indistinta compagnia delle sue vicine.
Ma, a dire tutta la verità, la ragione di tale atteggiamento schizzinoso nuotava spesso – e non era un caso – a poca distanza, e non era poi tanto indistinta.
Si trattava infatti di una storia unica, anche se continuava beatamente a nuotare insieme alle altre, schivando gli ami di passaggio.
La sua unicità stava appunto nel fatto che c’era qualcosa a distinguerla dalle altre: da una parte aveva un piccolo strappo, proprio lì, in cima, dove un amo/parola aveva provato a lasciare il suo segno. 
Ma l’unica cosa che era rimasta, quando aveva dato uno strattone per liberarsi, era un apostrofo: troppo per non distinguerla dalle altre, ma troppo poco per essere plasmata.
E così continuava a vagare qua e là, seguita dalle gomitate delle altre storie che la indicavano l’una all’altra, consapevole di sé ma ignara di quanto succedesse fuori da sé. Non aveva un posto, né dentro né fuori dalla vasca, e allo stesso tempo faceva parte del dentro e del fuori.
Era proprio ciò che la storia voleva essere, e così la seguiva da presso, cercando di carpirne i segreti. Schivava gli ami/parola con destrezza, cercando quell’unico che le avrebbe potuto dare la libertà di non essere altro che… già, che cosa?
Perché essere qualcosa, significava raccontare una storia.
E questo, proprio, non lo voleva.
Fu proprio mentre pensava queste parole che una, inarcatasi improvvisamente, la tirò su.
 
Era… anzi, C’era.
Con l’apostrofo.
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9 risposte a C'era…

  1. Flounder ha detto:

    l’amo.
    (perché non tutto resiste alla cattura)

  2. riccionascosto ha detto:

    C’era.
    [perché se non si (dis)strugge, si squaglia comunque. O si (ri)crea?]

  3. Zu ha detto:

    Novella
    – breve e intensa presenza narrativa.

  4. Zu ha detto:

    (e l’apostrofo?)
    azz’… è vero, scusate.

  5. Minervaa ha detto:

    detesto quelli che si mettono sempre in mezzo.

    hai fatto la cacca oggi, riccio?

  6. Effe ha detto:

    ah, lo sapevo che doveva pur esserci un luogo dove (ci) attendono tutte le storie.
    Una vasca, dici.
    Come quelle dei pesci.
    Ed è così che una storia, se è davvero grande, può diventare storione.

  7. BBSlow ha detto:

    C’era una volta Cera. Libero di esserci, si squagliò cereo nel mezzo dell’area cerulea, davanti a Pelé, bruciante tizzone nero.

  8. riccionascosto ha detto:

    Zu, apostrofo o no, il nove ha un bel gancio (un amo, direi).

    Minerva, il bollettino lo appendo nei giorni dispari (oggi, ad esempio, no).

    Herr, storia o storione, purché alla fine venga raccontata (altrimenti non muore, ma non cresce neanche)

    Slow, vedi? ci sono sempre storie da raccontare, purché si voglia (ma cera conosceva rembò?)

  9. Zu ha detto:

    …da cui, il dolce stil nove.

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