L'ufficio

“Eppure è qui, DEVE essere qui”, ripeteva tra sé e sé guardando il pezzo di carta che aveva tra le mani, dove l’indirizzo era segnato da una scrittura piccola e ordinata.
La strada era quella, ne era sicuro.
Lo diceva anche la targa che faceva bella mostra di sé, lì all’angolo: Via dell’Anima.
Era il numero otto, che non riusciva a trovare.
Certo, si sarebbe dovuto trovare lì, tra il sette e il nove, oppure dal lato opposto, tra il sei e il dieci: però non era né qui né lì.
Percorse la stretta stradina per l’ennesima volta e con lo stesso risultato: nulla.
Stava per andarsene, sconsolato e deluso, quando inciampò.
“Ma cos…”
Ancora un po’ e sarebbe finito lungo disteso per terra: ma non per niente era una persona equilibrata, e riuscì a mantenersi in piedi malgrado tutto.
Cercò con gli occhi l’oggetto sul quale era finito il suo piede: era un serpentello d’ottone, avvolto su se stesso a mordersi la coda e a formare un… OTTO.
Alzò lo sguardo ed era lì.
La vetrina ingombra degli oggetti più disparati, la porticina accanto con la scritta un po’ sbiadita: Uff.ci. del.. e qualcosa di incomprensibile, sotto.
Poi l’orario di apertura: dalle 9 alle 5 (e anche un po’ di più).
Come avesse fatto a non accorgersene prima, non lo sapeva; l’importante però era averlo trovato.
Un’occhiata all’orologio gli disse che era ancora in tempo. Così spinse la porta, che cedette sotto la sua mano, ed entrò.
 
Non riuscì a distinguere molto, al primo sguardo.
La luce filtrava a stento dalla vetrina ingombra e la lampada che pendeva dal soffitto non faceva molto di più per rischiarare l’ambiente.
Dopo un poco gli occhi si abituarono alla semioscurità e riuscì a vedere che i mucchi di oggetti, apparentemente disposti senza criterio, rispondevano invece ad una logica strana, ma rigorosa.
Un angolo era ingombro solo di bottiglie: forme, dimensioni, colori, persino il materiale di cui erano fatte era il più disparato. Alcune erano grandi e tonde come fiaschi di chianti, dello stesso vetro spesso e colorato; altre sottili e trasparenti come un cristallo di Lalique. C’erano fiasche di metallo,  borracce di cuoio e vasi di paglia intrecciata che sembravano rubare spazio a lucide bottiglie di plastica. Ognuno di quegli oggetti portava un’etichetta con un numero bene in evidenza.
C’era poi, in un angolo, una piramide fatta tutta di bastoni: piccoli e tozzi, lunghi da montagna, eleganti da passeggio con la punta di metallo e il pomo in madreperla, giacevano uno sull’altro formando una piccola scala.
Scaffali alti fino al tetto contenevano mucchi di lettere legate con nastri multicolori; alcuni erano ingombri di occhiali, altri ancora traboccavano di guanti e cappelli.
“Chissà perché mi hanno mandato qui” si disse “più che un ufficio sembra un negozio, ed io non ho intenzione di comprare nulla, davvero”.
 
“Ehm”
Un discreto colpo di tosse lo distolse dai suoi pensieri.
“Posso esserle d’aiuto?”
Si volse nella direzione della voce, e ancora una volta non riuscì a distinguere nulla al primo sguardo.
Poi la vide: era una donnina avvolta in un lindo grembiule azzurro che s’intonava alla perfezione con i riflessi sulla testa canuta. Un paio di occhialini rimaneva in bilico su un naso puntuto; dietro le lenti due occhi svegli e acquosi lo guardavano con curiosità.
Certo, in mezzo a tutte quelle cose strane e multiformi uno come lui, perfetto nel suo abito fumo di londra con una camicia candida e la cravatta chiusa in un impeccabile nodo Windsor, sembrava assolutamente fuori posto, ed era una sensazione nuova, per lui.
Si schiarì la voce.
“Davvero non lo so” esordì, incerto.
Anche quella era una sensazione nuova. Aveva fatto carriera proprio perché sapeva prendere una decisione in un battito di ciglia. Sapeva per istinto quali tasti premere, quando incalzare il suo avversario e quando invece lasciargli corda per impiccarsi da solo.
Eppure, davanti a quello sguardo, si sentiva un bambino al primo giorno di scuola.
“Mi hanno detto che qui qualcuno poteva aiutarmi, ma forse è stato uno sbaglio” le disse, allungandole un foglio stropicciato con l’indirizzo e alcune annotazioni.
“Cerca qualcosa in particolare?” chiese lei, senza guardare il foglietto né il braccio teso. Sembrava invece scrutare i suoi occhi che, al contrario, tentavano di fuggirla.
“E’ tutto scritto lì” rispose l’uomo, tendendo di nuovo il foglio.
Questa volta, la donna lo prese.
Si assestò meglio gli occhiali sul naso, fece scorrere lo sguardo prima sui numeri incolonnati, poi sull’uomo, poi ancora sul foglio.
Infine si diresse con decisione verso il mucchio di bottiglie variopinte.
Ogni tanto prendeva tra le dita un’etichetta, scuoteva il capo e la lasciava ricadere.
Alle sue spalle l’uomo la osservava nervoso mentre spostava un fiasco dallo scaffale all’altro, o prendeva tra le mani una delicata ampollina per riporla subito dopo.
Alla fine, scostando alcune bottiglie polverose, comparve una fiaschetta di metallo. Sembrava che qualcuno l’avesse aperta e poi dimenticata lì, con il tappo un po’ fuori posto a farne evaporare il contenuto.
“Eccola qui” disse la donna, controllando l’etichetta.
“Questa è la sua vita, o quel che ne resta” continuò. “Cerchi di farne un miglior uso, d’ora in poi”.
L’uomo annuì, prendendo in mano la fiaschetta impolverata come se fosse una preziosa reliquia. Ringraziando col capo, troppo emozionato per parlare, si affrettò verso l’uscita seguito dallo sguardo della donna.
Correva quasi, quando si ritrovò alla fine della strada.
Solo allora permise a se stesso di voltarsi, e vide finalmente l’insegna.

“L’Ufficio delle Cose Perdute” era scritto a grandi lettere dorate.

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5 risposte a L'ufficio

  1. shemale ha detto:

    Deve essere un ufficio di proporzioni gigantesche. Incredibile che non ci sia una fila chilometrica e ancor più che lo riesca a gestire una sola donnina col naso puntuto… (ma forse ci sono altri quindicimila addetti di cui non hai avuto modo di dare conto nel post).

  2. giorgi ha detto:

    Eh, esistesse un ufficio così

  3. fuoridaidenti ha detto:

    in che senso miglior uso, doveva bersela?

  4. riccionascosto ha detto:

    Shemale, non ci sono limiti a quello che una donnina col naso puntuto può fare (se vuole).

    Giorgi, l’ufficio esiste (se ci crediamo)

    Fdd, credo che un miglior uso sia semplicemente uno che non ti porti a cercare dove sia finita (anche bersela, piuttosto che farla evaporare). No?

  5. Effe ha detto:

    io la metto al bancoposta, chissà che qualcosa frutti tra vent’anni

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