Il grande orso

La prima cosa che vidi di lui fu una sagoma nera che si stagliava sul vano della porta e lo riempiva, impedendoci di vedere all’interno.
Era rimasto sulla soglia ad attenderci, incurante della pioggerellina sottile che il vento, distratto, gli spingeva contro in quella buia sera di novembre.
La seconda fu il suo sorriso quando ci riconobbe, non conoscendoci.
E poi non vidi più niente, nascosta sul suo petto da un abbraccio di benvenuto.
“Eravamo in pensiero per il vostro ritardo, ma ora fate presto, mancavate solo voi”.
Sorrise ancora alle nostre scuse, mentre pioggia e stanchezza ci scivolavano dalle spalle con mantelle e zaini.
Da poco usciti dall’inferno, la piccola sala affollata di persone e zaini, le risate e la tazza di tè bollente che ci venne offerta ci sembrarono il paradiso.
 
Fu una sorpresa vederlo, una mezz’ora più tardi, spezzare il pane in mezzo a noi,  sentire la sua voce possente parlare di altri viaggi e sandali scossi sulle pietre. La stessa voce che, l’indomani mattina, ci svegliò con il canto del gallo.
 
E poi furono i suoi passi ad accompagnarci all’inizio delle gallerie della vecchia circumetnea, un tratto di ferrovia ormai dismesso, dove le traversine mezze marcite erano gli unici isolotti in un fiume di fango e lo sciacquio dei passi colonna sonora dei tratti bui e solitari.
 
Ancora lui ci accolse al nostro arrivo nel nuovo paesino, ascoltò i nostri dubbi e lenì le nostre paure,  aprendoci le porte della sua chiesa e del suo cuore.
Porte che, malgrado gli sforzi di tempo e distanza, non si sono mai chiuse. 
Orazio – Padre Orazio, dovrei dire – è nella mia vita da quasi ventiquattro anni, ormai, e la sua voce di basso ne ha scandito, a centinaia di chilometri o pochi metri di distanza, i momenti più importanti. E non conta il fatto che possiamo non sentirci per anni: bastano pochi minuti per riannodare i fili, o sciogliere i nodi più intricati in un solo gesto e poche parole.
 
Potrei parlare di strappi ricuciti,
 
mi trasferii a Roma per lavoro e non pensai ad avvisarlo se non quando, quasi un anno dopo, mi decisi a scrivergli una lettera di scuse che non ebbe mai risposta; ma fu necessario il trasloco – di ritorno a Palermo, ben sette anni dopo la mia partenza – per trovare la lettera imbustata, spinta in un angolo del comò dalla fretta incurante di ladri di passaggio. Bastò spedirla davvero, quella lettera, per cancellare anni di silenzio (solo miei, di fatto).
 
di ricami preziosi,
 
la voce profonda di Orazio che mi rimprovera di presunzione, cancellando i miei dubbi sull’amore per un uomo separato con l’invito ad abbandonarmi al volere di Dio. “Se fa parte del Suo disegno su di te, lo saprai solo con il tempo, perché tutti gli ostacoli cadranno, e il cuore avrà pace”
 
di parole tessute e legami rinsaldati, in questi anni: la sua polo fucsia al mio matrimonio (il disegno ha condotto fin lì), le foto che ha scattato allora e che sono le mie preferite, le sue rare visite, qui a Roma dove sono tornata con mio marito.
 
Potrei dire come il grande orso, con gli anni, è diventato sempre più grigio, come la fatica di reggere due (a volte tre) parrocchie ha minato il fisico possente, come l’udito l’ha abbandonato e la vista si è fatta più corta, con l’età.
 
Ma penso a quello che mi ha detto solo pochi giorni fa, chiamandomi per augurare “buon compleanno” al mio matrimonio: “Cerco di accogliere chi mi si presenta come farei con Lui, e tutto ciò che mi accade come un Suo regalo; così lo accetto con un sorriso”.
E quando gli ho risposto che non è facile, specialmente sul lavoro, mi ha invitato ad essere come il mare: “Calmo in profondità, tempestoso in superficie”, a non lasciare che difficoltà e insoddisfazioni colpiscano nel profondo. Una bella sfida per me, che sono l’esatto opposto. E lui lo sa.
 
Gli ho chiesto come fa, a toccare le corde giuste ogni volta, come il rabdomante che sente l’acqua; dove fosse nascosto il suo segreto.
 
Non mi ha risposto, ma in fondo lo conosco, il suo segreto: è l’accoglienza.
 
Non cerca ricchezze, non vuole niente per sé. Mi ha detto che, quando sarà, non troveremo niente. Niente di scritto, tutto nel cuore. “Neanche le tue poesie?” gli ho chiesto. “Sono due o tre, non vale la pena conservarle”.
 
Le foto, forse. Immagini di vita quotidiana, attimi intensi fermati sulla pellicola con attenzione ed amore.
 
E la traccia che lascia, profonda, nel cuore di chi – come me – ha la fortuna di averlo incontrato e, ne sono sicura, di chi lo incontrerà.
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5 risposte a Il grande orso

  1. Gemisto ha detto:

    Tutte le persone dovrebbero sforzarsi di seguire ciò che è giusto e non ciò che è stabilito.
    (Aristotele)

  2. Effe ha detto:

    sarebbe bello che lo legesse

  3. riccionascosto ha detto:

    Gemisto, sì; il problema, a volte, è distinguere l’uno dall’altro.

    Herr Effe, se devo dire la verità, ho scritto più per me che per lui. Perché, come mi diceva ieri un amico, “a volte bisogna esprimere l’amore che si prova (in senso lato)”, ed io ho sentito il bisogno di scriverlo. Ma lui – Orazio, intendo – queste cose le sa già.

  4. silvia67 ha detto:

    che meraviglia quell’invito ad essere come il mare, a fare in modo che la superficie combatta e reagisca ma che il fondo sia placido, oserei dire consapevole di sé.
    Grazie!

  5. riccionascosto ha detto:

    Silvia, il grazie lo rigiro pari pari a Orazio… 🙂

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