Va' in convento…

(anzi, get thee to a nunnery, come Amleto dice a Ofelia, augurandole una vita di nubilato).
 
E io in un convento, anzi in un pensionato di suore, ci ho abitato più di due anni.
Me lo ha fatto ricordare il post di Fdd, stamattina.
Lì ho imparato a distinguere i giorni dal carrello della mensa (il martedì fettina, il giovedì polenta al sugo, sabato hamburger e domenica, pollo. Pesce il venerdì, of certo. E lunedì? Boh, non ricordo), e a renderli spesso uguali, sostituendo lo stracchino al piatto del giorno.
Inutile dire che, fuori da lì, non ho potuto neanche vedere lo stracchino se non dopo mesi e mesi.
Le notti, invece, erano tagliate in due dal coprifuoco alle 22.30, che faceva di ogni ipotesi di uscita serale  quasi un piano di "Mission Impossibile" (cronometrato al secondo) e limitava di molto la socializzazione.
Non che fosse possibile soffrire di solitudine, lì dentro. Almeno nei giorni feriali.
I tre piani del pensionato – che a sua volta iniziava al secondo piano di un palazzo antico –  erano divisi secondo un ordine rigido. Al primo, in uno stanzone di una quindicina di letti, poi diviso in piccoli box, stavano le ospiti di vecchia data e le “temporanee”; al secondo, da una parte le “signorine”, donne anziane che vivevano lì forse da decenni, alcune studentesse di teologia colombiane e le “raccomandate”, che potevano permettersi una camera doppia.
Al terzo – il mio – eravamo in quattordici: due stanze da due, due da tre (una era la mia), l’ultima da quattro.
E se le stanze – con le dovute eccezioni – si svuotavano nel w.e., durante la settimana era difficile stare da soli anche per riuscire a spogliarsi. Figurarsi il resto.
Ad avere il sonno leggero, le notti sarebbero trascorse insonni, tra radioline accese e confidenze notturne.
Ché alle 22.30 non sempre si aveva voglia di dormire, e così il minuscolo corridoio, dove un tavolino e qualche sedia rendevano possibile lo studio pomeridiano, la sera diveniva luogo d’incontro o il camerino dell’estetista, a seconda delle necessità.
Anche le proprietà divenivano comuni.
Un giorno una delle mie compagne di camera mi riportò le cuffie del walkman.
Solo le cuffie però. Il resto era volato giù dalla finestra, sulla tettoia al piano di sotto.
Quando le chiesi come mai si era messa ad ascoltare la musica con il walkman appoggiato al davanzale (e dal lato esterno, per di più), mi rispose, col tono di chi dice una cosa ovvia: “Ma ascoltavo il Pipistrello!”
Stupida io – pensai – la prossima volta l’appendo a testa in giù, magari si immedesima meglio.
Qualche giorno dopo un pipistrello entrò davvero dalla finestra aperta, ma la tipa in questione non era lì ad accoglierlo adeguatamente.
Non fu il solo animale a farci visita, veramente. Lasciando perdere qualche geco e scarafaggi di passaggio – si sa, i vecchi edifici non ne sono mai immuni – quello che ci impegnò maggiormente fu un piccione, atterrato non si sa come nel pianerottolo, e vagante senza alcuna intenzione di tornar fuori. Nessuna di noi aveva il coraggio di prenderlo, specialmente dopo aver visto le creature che gli scorrazzavano tra le piume. Finì che ci armammo in due: con guanti di gomma, scopa e bastone, riuscimmo – non si sa come – a buttarlo fuori.
Doveva essere un piccione maschio: neanche a lui poteva essere consentito l’ingresso oltre la foresteria del primo piano.
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10 risposte a Va' in convento…

  1. fuoridaidenti ha detto:

    stasera glielo riferisco a suor teresa e poi son cazzi tuoi eheh.

  2. riccionascosto ha detto:

    Ok, però tu passaci una settimana e poi torna a dirmi che non ho ragione… 😉

  3. saltino ha detto:

    In B/N però è un’esperinza dai…
    Almeno lo spero per te!?

  4. riccionascosto ha detto:

    In B/N… nel senso che è vecchia?
    Sì, in quel senso sì (e comunque ogni cosa che facciamo è un’esperienza e ci insegna qualcosa. Io per esempio, almeno ho imparato a cacciare piccioni) 😉

  5. metallicafisica ha detto:

    Sorellona, prima quando dalla finestra entravano i piccioni ci pensava Prospero a “stanarli”… per i gechi e altri animali “ignobili” ci penso io ché Max ne ha orrore:)))
    Ma una cosa, non ho capito che età avevi in quei due nani passatii in convento…(che musica ascoltavate, senza walkman?
    Io a 4 anni ho tentato la fuga dall’asilo perché le suore mi stavano antipatiche, sappilo:)*****

  6. riccionascosto ha detto:

    Sono entrata lì il giorno prima del mio 23° compleanno (bei festeggiamenti, vero?) e me ne sono andata che ne avevo 25.
    Che musica? In quel periodo ascoltavo molto John Denver e James Taylor, per esempio.
    (e poi no, non sono mai scappata dall’asilo, anche perché non ci sono mai andata. A tre anni, per una serie di coincidenze – sì, lo so, le coincidenze non esistono – anziché all’asilo, mi misero in primina… e ci restai. Per due anni. Poi a cinque, iniziai con la prima) 😉

  7. Minervaa ha detto:

    sai che di solito dico che ti avverto materna;ma
    questa volta ho provato il contrario per quella ragazza di ventitré anni.

  8. metallicafisica ha detto:

    Poi non lamentarti se ti diciamo….;)
    Buon we, sorellona*

  9. riccionascosto ha detto:

    Perché non ho fatto l’asilo, dici?
    Evvabbè, non mi lamenterò… 😉

  10. metallicafisica ha detto:

    No, perché a 5 anni già facevi la prima ed eri già in odore di liceo!:)))))***

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