Niente caccia, oggi?

La domanda, fatta con tono svagato, suscitava nei commensali – specialmente se di sesso femminile – un’attività frenetica.
Oggetto di una vera e propria caccia al tesoro era una piccola saliera a forma d’anatra (un germano, per l’esattezza, dalla testa verde e una piccola striscia nera a limitare il collo sollevato), sfuggita all’attenzione di chi, quel giorno, aveva l’incarico di apparecchiare la tavola.
 
Era fatto così, Stefano.
Non faceva mai un rimprovero diretto, ma guidava per indizi il suo interlocutore, facendo sì che dipanasse da solo il gomitolo dei suoi discorsi.
L’unica eccezione era forse rappresentata dai vogatori del suo equipaggio: un’esitazione nel decifrare un comando poteva spezzare il ritmo di vogata.
E questo, in una gara, sarebbe stato un duro prezzo da pagare.
 
Chissà cosa aveva detto, Stefano, quando erano venuti a prenderlo e portarlo in prigione perché – socialista e sindacalista – si era rifiutato di sottoscrivere la tessera del Partito.
E chissà quali pensieri lo avevano indotto, in prigione, a chinare la testa dopo due settimane.
Forse – anzi, di sicuro – il pensiero di chi, a casa, aveva bisogno di lui e del suo lavoro, aveva fatto oscillare il piatto della bilancia.
Perché di bocche da sfamare, a casa, ce ne erano tante. La moglie, cinque figli piccoli. E poi la sorella signorina, i suoceri…
Tutto sulle sue spalle.
Erano spalle forti, abituate al duro lavoro, lì nel porto a scaricare merci.
Dovevano esserlo, perché anche le altre due sorelle, rimaste presto vedove, guardavano un poco a lui come capofamiglia, anche se tutte contribuivano al bilancio familiare con il loro lavoro di ricamatrici.
 
Unico maschio, il più piccolo, Stefano aveva dovuto ben presto lasciare la scuola: la quarta elementare, ci teneva a ricordare.
Questo però non gli aveva impedito di continuare, come poteva, a nutrire la mente. Era un vorace lettore, sia dei giornali, sia di quei libri, in edizione economica con la copertina verde mela, che conservava in una piccola libreria del salotto, quasi sempre chiuso per essere tenuto in ordine.
I libri no, non erano chiusi.
Lo rivelava lo stato delle copertine, sciupate non per incuranza ma per usura.
 
Anche quando la vista iniziava ad abbandonarlo, non si rassegnò: aveva sempre con sé una lente di ingrandimento,che gli rendesse il compito più facile mentre seguiva con fatica i piccoli caratteri stampati.
Poi, sorridendo, chiudeva il giornale e prendeva il mazzo di carte siciliane, per giocare con noi nipoti.
Ed erano interminabili partite di scopone o cinquecento, che ci insegnavano, giocando, la pazienza dell’attesa e l’astuzia dello stratega: tenere a mente gli scarti serviva poi a prevedere le mosse dell’avversario, ormai quasi scoperte alla fine del gioco. Si divertiva poi alle nostre facce stupite quando, prima dell’ultimo scarto, ci chiamava – senza averla vista – la carta custodita ancora tra le mani.
 
Giocava spesso, Stefano.
Giocava con la sua sordità, a volte simulata quando dall’altra stanza la sorella signorina lo cercava per qualche incombenza, e una strizzata d’occhio tradiva la sua finta indifferenza.
Giocava con le parole, quando contestava al pescivendolo la freschezza del pesce o si animava in una discussione con gli amici, ponendo come scudo la sua quarta elementare, dietro cui spesso si nascondeva prima della schiacciata finale.
  
Giocò a lungo, intrattenendo i parenti in un lungo discorso per il suo novantesimo compleanno. Poi, quando la sorella signorina morì, mettendo fine a quarant’anni di sofferenze, seppellì con lei anche la voglia di giocare.
 
Fu come se, all’improvviso, avesse rinunciato ad andare avanti, e si fosse seppellito nel passato o nella propria mente.
Spesso non riconosceva chi gli stava davanti, mentre gli era ben chiara l’identità degli uomini e delle donne che, dalle pareti della stanza d’ospedale, vedeva avvicinarsi a lui come a chiamarlo. Erano vecchi amici, a volte; altre volte il suo perduto amore, la moglie che lo aveva lasciato troppo presto da solo, ma che andava a trovare tutte le domeniche, portandole fiori freschi e curando la sua ultima dimora.
Con loro parlava, si animava, discuteva, mentre aveva perso l’interesse perfino ai suoi amati giochi di carte: se il tremito delle mani gli impediva spesso di giocare, quando lo faceva la sua mente era altrove, e neanche i tentativi dei nipoti – ormai adulti – di barare in suo favore lo facevano sorridere.
 
Se ne andò in una notte d’inverno, in silenzio, rispondendo finalmente alla chiamata.
 
 

Ancora una volta un post di Brioche suscita la magia della memoria: stavolta ha tolto il velo al ricordo di mio nonno, mentre parlava del suo. Simili in alcune cose, i due Stefano, dissimili in altre. Mio nonno pensò sempre con rimpianto alla scuola che non aveva potuto proseguire. A costo di sacrifici, riuscì a portare tutti e cinque i figli – tre femmine e due maschi –  al diploma; due addirittura alla laurea. Ma ci fu maestro in molte cose, che la scuola non può insegnare.

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9 risposte a Niente caccia, oggi?

  1. Effe ha detto:

    non credo avesse rinuciato ad andare avanti, probabilmente erano gli altri a non riuscire più a mantenere il suo passo

  2. riccionascosto ha detto:

    Herr, io credo fosse arrivato all’ultima mano, e non avesse più voglia di mischiare le carte.
    Però ne ha lasciate, di tracce dei suoi passi; e ben profonde.

  3. saltino ha detto:

    La tua identità, o tre quarti almeno…

  4. riccionascosto ha detto:

    Forse tre quarti no; io credo che solo una parte della propria identità ha l’imprinting familiare, il resto deriva dalle proprie esperienze.
    Però, come ho detto, le tracce sono profonde.

  5. briciolanellatte ha detto:

    Il guaio è che non ci sono neppure più i nonni di una volta

  6. riccionascosto ha detto:

    Ci sono, Briciola; forse siamo noi che non ce ne accorgiamo.

  7. anonimo ha detto:

    M’è piaciuto veramente molto questo ritratto, Riccio. Quasi come dire m’è spiaciuto non averlo conosciuto, perchè aveva dei numeri, tuo nonno.
    E m’è piaciuto anche il riferimento al gioco delle carte, che se fatto a modo è di certo educativo. Ma questo lui lo sapeva..

    Ciao Otto

  8. riccionascosto ha detto:

    Buongiorno a te, Tusillago

    Otto, credo che sì, ti sarebbe piaciuto. E il gioco – delle carte, ma non solo – è una vera palestra, per molte cose.

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