Peccato che sia peccato*…

Allungò la mano per interrompere il suono della sveglia, poi le girò le spalle e si riavvolse nel calore del letto.
Perché alzarsi, si chiese, che senso poteva avere una nuova giornata che non avrebbe fatto altro che indurla a far di tutto senza ottenere alcun riconoscimento, mentre invece poteva restare lì, a letto, dedicandosi solo a se stessa, o anche a niente, se solo avesse voluto. Peccato che sia peccato, chiuse mentalmente la frase e, operosamente, si alzò.
L’ora successiva fu di fremente attività: il cane da portar fuori per i bisogni, la ginnastica per tenersi in forma, i bambini da far sbrigare per la scuola, la lavatrice da avviare prima di uscire così da avere i panni pronti da stendere al suo ritorno. Poi, finalmente, chiuse la porta alle sue spalle e si avviò verso il garage.
Spinse i bambini in auto, incurante delle loro proteste, che zittì con urlo da bianconiglio prima di sbattere lo sportello e accelerare lungo la rampa.
Il traffico della mattina non faceva che aumentare la fretta, le frenate e le partenze diventavano sempre più scattose mentre i bimbi riflettevano il suo nervosismo bisticciando per i giochi. Frenò di botto: uno scooter le stava tagliando la strada, superandola da destra. Il motorino oscillò per un attimo, il ragazzino la guardò di traverso e ripartì  sgommando.
Dannati motorini, pensò, prima o poi qualcuno finirà male, e allora sì che avrebbero imparato, e lei sarebbe stata contenta, qualche volta aveva la tentazione di metterne uno sotto, peccato che…
Sia peccato, concluse un’altra volta, e flemmaticamente, si fermò davanti alla scuola.
Fece scendere i figli dall’auto, li baciò e li vide caracollare verso il portone, poi il suo sguardo fu distratto da una vecchia giacca di tweed. La conosceva, chi la portava in giro era il padre di una delle amichette di sua figlia, un architetto piuttosto noto in città.
Il portone della scuola stava per chiudersi, ma lei non si decideva a risalire sull’auto. Finalmente l’uomo si volse e le sorrise, riconoscendola. Ricambiò il sorriso meccanicamente; stava cercando di capire quante ore di palestra ci volevano, per delle spalle così, e allo stesso tempo passava al vaglio il suo abbigliamento, chiedendosi se c’era qualcosa fuori posto. Senza volerlo si lisciò la gonna e tentò di riavviarsi i capelli, mentre lui la raggiungeva per un saluto. Riconobbe il modo in cui lui la guardava anche se non lo vedeva da tanto, tanto tempo negli occhi di suo marito. Anche il tocco leggero sul braccio le sembrò stranamente familiare e nuovo, chissà come sarebbe stato senza gli strati di stoffa a fare da filtro, se i brividi sarebbero stati gli stessi, il tocco caldo, sì e poi cosa sarebbe successo, sapeva già quello che si diceva in giro di quell’uomo appena divorziato che usava la scuola come terreno di caccia, non voleva mica che anche il suo nome finisse insieme a quello delle altre e intanto fra tanti pensieri le giunse la voce di lui e l’invito per un caffè.
Caffè?, ripetè, certo,  le rispose dentro una vocina, nero come…
Peccato che sia peccato, canticchiò tra sé e sé, e arrossendo pudicamente, rifiutò.
Quando arrivò in ufficio, non c’era ancora nessuno. Si sedette alla scrivania e iniziò a lavorare. Lo fece con determinata lentezza, non si pensasse che era lì per strafare. Che poi, se avesse terminato prima, magari le toccava fare anche il lavoro degli altri, e non era pagata abbastanza per questo.
Bussarono alla porta, era la ragazzina nuova, quella in prova, così desiderosa di imparare per fare bella figura e magari restare ancora un poco. Le chiese spiegazioni, ma lei si finse più indaffarata di quanto in realtà fosse, dopotutto lei aveva imparato tutto da sola, che si arrangiasse anche questa qui, che diamine, non vedeva quanto aveva da fare, lei? E come faceva a mantenere il controllo del lavoro se… peccato è peccato, si strinse nelle spalle, ma dividendo il lavoro avrebbe avuto più tempo libero, e generosamente, iniziò a spiegare.
E venne l’ora di pranzo, giù al bar con le colleghe, prendi questo che è buono, e il bancone pieno di paste condite, secondi allettanti, torte salate e timballi fumanti, avrebbe preso di tutto, pensava mentre attendeva il suo turno, ma poi che senso avevano il dietologo e la palestra se, la domanda le rimase a metà mentre guardava il barista con l’occhio interrogativo, peccato sia peccato anche questo, riprese, e frugalmente si limitò all’insalata.
Ancora quattro ore, lunghissime, prima di uscire; facevano i turni, lei e suo marito, per andare a prendere i figli a scuola e portarli in palestra, o in piscina, o al doposcuola, che nonni cui affidarli non ce n’era. La sua collega, invece, si era appena fidanzata, era giovane dopotutto, e l’ascoltava parlare al telefono col fidanzato o con le amiche, a organizzare serate o week-end in montagna, mentre lei non ricordava neanche come fosse riuscire a pensare a un momento per sé senza incastrarlo nelle mille esigenze della sua famiglia. Potere fare il cambio, non ci avrebbe pensato un attimo, anche se forse, peccato anche questo, alla fine meglio così che sola, e con compiacimento si rasserenò.  
La fine arriva per tutto, e anche per quella giornata di lavoro, non l’avrebbe detto quella mattina alzandosi, quando tutto le sembrava difficile e pesante, ma in fondo era andata, e allora cos’era quella strana inquietudine che non la lasciava da tutto il giorno, qualsiasi cosa facesse, peccato che sia peccato, ma in fondo lei quel peccato non…
Lo schianto interruppe il filo dei suoi pensieri, mentre osservava una scarpa volare verso il  marciapiede di fronte. Che strano, pensò oziosamente, sembra proprio la mia, e improvvisamente il dolore si fece strada e lo fece anche lei, ricadendo sul selciato.
Aveva attraversato senza guardare, e una macchina l’aveva travolta.
Lo vide con chiarezza, per un istante, il volto dell’uomo alla guida ancora stupito, scendeva dall’auto e le si inginocchiava accanto, chiamava aiuto e lei voleva dire che non si era fatta niente, che andava tutto bene, voleva dirlo ma non poteva, che non era vero, forse non lo sarebbe stato più.
Poi fu tutto confuso, i passanti e i vigili e l’ambulanza, e i colleghi col cellulare ad avvisare il marito, e lei distesa sul lettino a pensare in fondo alla fine io, peccato non abbia mai peccato…
E, superbamente, spirò.   
 
 
Si parla di peccati, in giro per blog, ne tessono lei  e lui, e poi ancora lui  e lei  e anche lui, ma non solo  (mo’ gli altri link ve li cercate da soli; che devo fare, tutto io? Anzi, andateli a cercare davvero, che vale la pena; lì si tesse, qui si lavora solo di rammendo)
 
* il titolo è quello del noto duetto tra Clementina e Silvestro in  "Aggiungi un posto a tavola"
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16 risposte a Peccato che sia peccato*…

  1. Flounder ha detto:

    ho la testa talmente persa tra le nuvole, che uno di questi giorni farò la stessa fine.
    (meglio che mi sbrighi a peccare, ordunque)

  2. riccionascosto ha detto:

    Io invece a volte penso di aver i piedi troppo per terra (e non riuscire a volare; a volte a mezz’aria certi urti si evitano)

  3. Zu ha detto:

    A mezz’aria come suor Gervaise, che quando tentano d’investirla salta come le aveva insegnato Thian.
    (cfr. Daniel Pennac, Monsieur Malaussène)

  4. riccionascosto ha detto:

    Zu, se non ci fossi sarebbe un vero peccato.
    Come fai a trovare una citazione per tutto?

  5. Effe ha detto:

    diamine, la macchina l’avevo appena ritirata dal carrozziere.
    La prossima volta non può far schiantare i suoi personaggi dopo il mio passaggio, di grazia?

  6. riccionascosto ha detto:

    E lei magari potrebbe evitare di fare le sue sgommate da parcheggio preserale, quando ha la carrozzeria nuova…

  7. anonimo ha detto:

    com’è l’urlo da bianconiglio? (Fdd in incognito ma poi per niente tanto te lo dice il plug-in che ero io no?)

  8. riccionascosto ha detto:

    Fdd, ma mica potrò conoscere a memoria tutti gli IP degli anonimi… (comunque sì, avevo visto che eri tu) 😉

    Tornando al Bianconiglio, ti ricordi cosa va dicendo mentre corre, quando Alice lo vede per la prima volta?

    “E’ tardi, è tardi, è tardi!”
    (ed ecco l’urlo da bianconiglio…)

  9. metallicafisica ha detto:

    E che diamine, Sorellona! Mi ero immaginata, leggendo, un finale tarantiniano, con lei che imbraccia una mitraglietta e urlando come un bianconiglio butta l’orologio dalla finestra e poi comincia a sparare all’impazzata…
    Così se muore, quei poveri bambini rimarranno orfani…. Assassina!

    ps: certo che ieri, quelle torte salate erano invitanti, eh?:)*****

  10. riccionascosto ha detto:

    Ah, perché in prigione dopo aver fatto una strage era meglio? 😛
    (e poi non l’ho ammazzata io, era Herr Effe che aveva avvistato un parcheggio)

    Comunque le torte salate sì, erano invitanti, la prossima volta le proveremo. Io prima o poi, però, devo assaggiare quelle di Max… 🙂 :***

  11. metallicafisica ha detto:

    Herr chi?:)))))

    ps: Max cucina solo per ME:)))))

    ps: In prigione non ci sarebbe finita, L’urlo del bianconiglio l’avrebbe disintegrata

  12. riccionascosto ha detto:

    Disintegrata chi, lei o la prigione?

    (no, no, niente giorni di ordinaria follia, qui. Solo le notti 😉 )

  13. giorgi ha detto:

    Sono ASSOLUTAMENTE d’accordo con la morale/immorale di questa storia. Pecchiamo felici, che la vita è un mozzico ;-))

  14. metallicafisica ha detto:

    Riccio… decidi tu ma nel caso l’urlo del Bianconiglio disintegrasse la signora saremmo punto e a capo:)))

    Giorgi, concorso appieno, quindi… follia?

    :o)***

  15. riccionascosto ha detto:

    Concordo anch’io: siccome del doman non v’è certezza, meglio pensarci per tempo 😉

    (e se si decide di non fare qualcosa, sia almeno per un motivo valido… no?)

    Sorellona, la prossima volta il finale lo faccio scegliere a te; va bene così? 😛

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