Il senso dell'accoglienza

Ieri mi è capitato di assistere a un matrimonio celebrato con il “nuovo sì”.
Nuovo si fa per dire, ormai sono due anni che la formula del matrimonio è cambiata, ma ieri, non so perché, mi ci sono soffermata di nuovo.
Nell’ascoltarla, mi venivano in mente tante cose, e sono andata a ripescare quello che a suo tempo scrissi sul Thera e che si è perso con gli archivi di quasi due anni (un bene o un male? Per me un peccato comunque, specialmente per gli scritti non miei). Le mie parole, oggi, sarebbero identiche; quindi, eccole.
 
———————————————————————————————— 
Nella promessa matrimoniale io prendo te… è stato sostituito da io accolgo te… per evidenziare, secondo la CEI, la dimensione del dono.
Beh, magari c’è chi l’ha ignorato, questo cambiamento; poi c’è chi dirà che è inutile, altri che è addirittura dannoso.
Io personalmente lo vedo bene (accolgo te per me significa ti faccio entrare in un luogo che era solo mio, nella mia vita, nel mio cuore, nella mia anima… ti rendo parte di me e mi consegno a te, aprendomi a te, donandomi a te) ma non è di questo che volevo parlare.
Il fatto è che da quando ho letto questa notizia mi frulla in mente la parola accoglienza.
Sarà che negli ultimi tempi è una parola che ricorre spesso, nella mia vita…
Ma che cosa vorrà dire, sul serio, accoglienza?

Uno sguardo al vocabolario:

 
accoglienza ac|co|glièn|za s.f.
l’accogliere; il modo in cui si accoglie: un’a. buona, calorosa, cordiale, cattiva, fredda; fare buona, cattiva a.
(e vediamo accogliere, allora)
 
accogliere ac|cò|glie|re v.tr. (io accòlgo)
1a ospitare: ci ha accolti in casa sua | di qcs., contenere, accogliere: l’albergo accoglie numerosi pensionanti, la sala accoglie mille persone
1b ricevere all’arrivo qcn. o qcs.: a. un amico; a. una notizia, apprenderla; spec. seguito da un avv. di modo: a. a braccia aperte, a. freddamente una notizia | ammettere, includere: a. nel proprio gruppo
2 accettare, approvare: a. una proposta, una richiesta, una preghiera
3 capire, intendere: per quanto ho da lor detti accolto, | m’han promessa e venduta a un mercadante (Ariosto)
4 ammainare: a. le vele
… non chiarisce le cose.
Non del tutto, almeno. Cerco di spiegarlo a modo mio.
L’accoglienza (per me) è un valore spesso banalizzato, se non dimenticato, ma che entra (o dovrebbe entrare) in tutti i rapporti interpersonali, persino in quelli lavorativi.
In ognuno di essi, ovviamente, assumerà forme diverse, ma una volta entrata nella nostra vita non potrà se non permearne ogni aspetto.
Nei rapporti lavorativi sarà un abbandono della gelosia professionale e la riscoperta del trapasso di nozioni – termine ormai obsoleto, credo – in un mondo in cui ormai si è diffuso il detto per cui la conoscenza è potere e non deve essere condivisa.
Nei rapporti familiari sarà mettere il nuovo arrivo (un bambino, ma anche un adulto in una famiglia acquisita) a proprio agio, renderlo consapevole di essere parte di qualcosa cui ha pieno diritto – il calore familiare – ma del quale ha anche una responsabilità (questo, ma è ovvio, diventerà consapevolezza in modo graduale con l’età, ma anche i bambini sanno essere responsabili, se coinvolti).
Nell’amore sarà condivisione, perchè accogliere, se è accettare l’amore dell’altro e farlo proprio è anche consentire all’altro di accedere ad alcuni luoghi remoti del proprio cuore e della propria anima.
E’ fidarsi a tal punto da consegnarsi all’altro, non solo nella facciata che riserviamo al mondo esterno, ma nei propri difetti e debolezze, senza per questo dimenticare che l’altro ha una propria sensibilità e dei propri spazi che vanno rispettati.
Nell’amicizia l’accoglienza non è forse l’ingrediente principale, ma dà un sapore importante al rapporto.
L’amicizia è poi una forma d’amore, forse meno "egoistica" (uso il termine tra virgolette, perchè l’Amore, quello con la A maiuscola, rifugge dall’egoismo), certamente meno esclusiva. Davanti all’amico tolgo la maschera che uso per il mondo, gli lascio vedere il mio vero io ed accolgo in me, come in uno scrigno, i segreti che egli mi confida.
Ma il vero senso dell’accoglienza, secondo me, è il rispetto della diversità.
Che è poi tra le cose più difficili.
Io ti vedo per quello che sei, non come vorrei che tu fossi.
So che sei diverso da me eppure accetto questa tua diversità (la accolgo) e ne faccio un punto di forza della nostra amicizia.
Perchè se tu sei forte dove io sono debole – e viceversa – potremo sostenerci nelle difficoltà.
Sarà più difficile cadere, perchè non zoppicheremo mai dallo stesso lato.
L’accoglienza è quindi creare un gioiello risplendente dove altri vedono un buio che fa paura: la diversità.
Perchè l’accetta, la capisce, la ospita senza tentare di cambiarla.
Difficile da dire, in un mondo in cui l’omologazione (del pensiero, della parola, del modo di vestire e di comportarsi) è dominante.
In un mondo in cui se non sei firmato (e uniformato) non sei nulla.
Ma forse, proprio per questo, è una delle cose che vale la pena di riscoprire.
—————————————-
Annunci
Questa voce è stata pubblicata in neglie, sperciate. Contrassegna il permalink.

8 risposte a Il senso dell'accoglienza

  1. riccionascosto ha detto:

    (che poi, l’accoglienza come rispetto per la diversità, mi sembra di particolare attualità, in questi giorni. Ma forse è un’altra storia. Oppure no?)

  2. metallicafisica ha detto:

    “Ti accolgo” fa un po’ troppo (giustamente secondo il sacramento del matrimonio, però) Nido. Però sono d’accordo, è decisamente migliore come termine rispetto al ti prendo che possessivizza e pensando a certi matrimoni di parecchi decenni fa, in qualche modo “schiavizza” il senso della comunione del rapporto.
    Va detto però che il “ti accolgo” dovrebbe pronunciarlo solo l’intestatario dell’appartamento. Dell’affitto o della proprietà dell’immobile .
    Sull'”accoglienza” o NON riferita all’attualità… facciamo (fai?:) un altro post?*

  3. riccionascosto ha detto:

    Quello che intendo io con il “ti accolgo” l’ho detto su nel post, quindi non aggiungo altro, se non che è un impegno più grande, rispetto al “prendere” di prima (che non implicava alcuno sforzo, in sé).

    Sull’attualità dell’accoglienza – o della mancata condivisione di spazi – non so se è il caso di fare un post apposito, ce ne sono parecchi, credo. Dici di sì?

  4. metallicafisica ha detto:

    Nel caso la sposa abbia inciampato prima di arrivare all’altare, il futuro consorte le direbbe : “ti raccolgo”?:)

    Dài, fammi scherzare:)

    ps: forse sull’altra “accoglienza” hai ragione… ne scrivono già in molti…*

  5. riccionascosto ha detto:

    Te l’ho mai impedito? (di scherzare, intendo)

    Comunque, di lapsus matrimoniali (o di frasi cambiate) ce ne sono parecchie: una mia amica, ad esempio, disse “e prometto di odiarti…”

    Vuoi sapere che ho fatto io?
    Mi sono sposata con rito civile, ma a Palermo si usa una simil-formula matrimoniale, nella quale, ovviamente, ci si limita agli aspetti “formali” (e non emozionali), quindi onore e fedeltà.
    Finita di leggere la formula, mi sono girata verso mio marito e gli ho detto “di amarti, non se ne parla…” 😛

  6. metallicafisica ha detto:

    Non voglio immaginare la faccia del Marito:))))))

    io preferirei la formula ONORE E FORZA… sai com’è… il Gladiatore:)

    ps: non che non me lo hai mai impedito, non ti frequenterei:)***

  7. Effe ha detto:

    e un
    Ti acchiappo come mia sposa?

  8. riccionascosto ha detto:

    Nel senso del lupo cattivo?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...