Anticorpi militari?

Non si può non leggere, in giro, dell’ipotesi – che ora, sembra, Prodi abbia smentito – di un intervento dell’Esercito a Napoli.
Diverse le opinioni in merito: chi pensa non serva, chi vorrebbe interventi più drastici. Esponenti delle opposte fazioni si trovano non solo tra i politici (basta aprire un giornale, elettronico o cartaceo, per rendersene conto), ma anche tra le persone comuni e, ovviamente tra i blogger (ad esempio, se ne discute qui).
 
La mente fa strani scherzi, a volte; sento di Napoli e non posso non pensare a Palermo, all’epoca dei Vespri Siciliani (no; non quelli del 1282, ma questi, per intenderci), quando, a pochi giorni dallo scoppio della bomba di via d’Amelio, l’esercito fu mandato a presidiare gli “obiettivi sensibili” nella città, e vi rimase per sei anni.
 
Anche a quell’epoca non abitavo a Palermo, e non vidi dunque i primi due anni di “Vespri”, ma solo dal ’94 in poi. Ricordo i gabbiotti agli angoli delle strade in cui abitavano i magistrati, i divieti di sosta nei tratti di strada vicini alle loro abitazioni (che sono sopravvissuti all’operazione, ma spesso anche al trasloco dei magistrati stessi) e l’aria di assedio che aveva la città, a quei tempi. Una “pacifica invasione” (così la definisce lo stesso Esercito sul suo sito), esperienza che venne ripetuta anche a Napoli (“Partenope”, 1994-95 e 1997-98), non so se negli stessi termini.
Ricordo ancora quando tornavo a casa, la sera, e mi trovavo davanti un militare (carabinieri, a volte, ma in servizio di leva) fermo lì, all’angolo, con il mitra imbracciato e forse ancora più nervoso di me.
Ricordo, più che la sensazione di sicurezza, quella di assedio, che però lasciò il posto, ancora una volta, a quella di assuefazione, di adattamento.
Forse noi siciliani ce l’abbiamo nel sangue, non lo so; forse sarebbe meglio sviluppassimo qualche intolleranza in più, e non certo alimentare. Perché, malgrado alcuni tentativi di reazione (a Palermo, allora, la nascita di associazioni antimafia, che ancora esistono, riunite in Libera) la situazione, dopo anni dall’arrivo e dalla partenza dell’esercito, mi sembra che alcune situazioni non siano cambiate.
Perché non è con un intervento esterno, che si può cambiare.
Perché la mafia, da noi (dico mafia, ma immagino che a Napoli con la camorra sia lo stesso, o la ‘ndrangheta a Reggio, o quello che volete voi), si respira come l’aria.
Perché la mafia inizia dallo scontrino non consegnato (ma il negoziante, di solito, ha una “doppia tassazione”, e tu lo sai, e qualche volta ci passi sopra), passa dal posteggiatore abusivo – che, sai anche questo, subappalta la “zona di parcheggio” anche dei motorini, e gli devi lasciare qualcosa, almeno ogni tanto, altrimenti ti trovi specchietti rotti, per non dire altro – dai turni di prenotazione interminabili all’ospedale che si accorciano inspiegabilmente se hai “un certo amico” o dalle raccomandazioni e “presentazioni” sul lavoro.
 
Queste pratiche ci sono in altre città e un po’ dappertutto?
Forse sì, ma queste, secondo me, sono il primo segnale della mentalità mafiosa. E il peggio è che ormai sono universalmente accettate, fanno parte della prassi comune, anche dalle “persone oneste”.
 
Io sono una che fa le file in ospedale e non solo, che mette i soldi nel parchimetro, che cerca di non commettere infrazioni e che chiede lo scontrino – o la ricevuta fiscale – il più possibile, ma anche io abbozzo, di tanto in tanto. Perché si deve sopravvivere. Ma nel mio piccolo, cerco di farlo senza soccombere.
 
Soccombere alla paura, intendo, a quella che ti fa delegare ad altri anche quei piccoli gesti che si possono fare, come individuo, per creare gli anticorpi alla mafia. Che senza di quelli, hai voglia a creare “campagne di vaccino”.
 
Però – e proprio perché le ho vissute entrambe, le situazioni – mi rendo conto che è molto facile parlare di queste cose quando le vedi da osservatore, o le vivi per un tempo limitato. Molto più difficile quando nel fango ci vivi giorno per giorno ed il pensiero diventa quello di tenere la testa sopra la superficie per non soffocare. In quelle circostanze, anche non sporcarsi diventa praticamente impossibile.
 
E quindi no, io non credo che l’eventuale esercito sia la soluzione. Credo più che questa si possa trovare in ciò che si legge anche qui, e cioè passi per  "la riorganizzazione della vita civile, il controllo sulle attività economiche, il coinvolgimento delle istituzioni, delle associazioni laiche e religiose e di tutta la società civile, soprattutto nei confronti dei giovani".
Ma ho paura che restino, ancora una volta, parole.
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7 risposte a Anticorpi militari?

  1. Flounder ha detto:

    un mio amico e la sua compagna fanno un bellissimo lavoro di informazione e formazione, anche sui giovani.
    è una goccia nell’oceano, sì, ma loro sono persone bellissime.
    http://www.cuntrastamu.org

  2. riccionascosto ha detto:

    Grazie, Flo’, ho subito messo tra i preferiti (no, non subito, prima ho letto un po’).

    Le persone bellissime ci sono, e anche le gocce nell’oceano, per fortuna. Sta a noi, credo, non lasciarle come gocce isolate.
    Mi viene in mente una frase che ho risentito nello sceneggiato su Falcone trasmesso poco tempo fa da Raiuno: “Se rimani solo, sei morto”.

    Ieri sera discutevamo con un mio amico giornalista a proposito di altre “gocce”, come quella di “Addiopizzo” (che trovi tra i link a sinistra) e sul loro effettivo impatto nel tessuto della città, che sembra impregnato di ben altri liquidi.

    Ma io mi ostino a credere che una speranza ci sia. Dobbiamo solo crederci e farla crescere (sì, lo so, da lontano sembra tutto più netto, poi ti avvicini e vedi che ci sono infinite sfumature di grigio)

  3. anonimo ha detto:

    Ciao Riccio (non avevo notato avessi un blog, a volte sono veramente attentissima!)

    sai cosa a proposito delle gocce nell’oceano?
    pensavo che 10 che si mettono a sparare si fanno notare molto di più di 500 persone tranquille, oneste e disarmate e allora loro sembrano 500 e noi 10.

    Ste

  4. riccionascosto ha detto:

    Ste,
    questo lo so.
    Il problema è che se i 500 non si fanno mai sentire, l’impressione all’esterno resta.
    Anche io sono stufa di sentire i risolini quando ad esempio dico che a Palermo un grosso problema è il traffico, eppure che è vero me lo dicono tutti gli amici che, per qualche motivo, poi sono costretti a guidare un’auto, giù.

    Capisco anche che si può essere stufi di doversi giustificare in continuazione, e che alla fine uno si stanca, e non è che per questo è uno struzzo che nasconde la testa sottoterra.
    Però credo ugualmente che finché “parleranno” solo i 10, i 500 dovranno continuare a farlo.

    Ti faccio un esempio.
    Una volta un’amica mi chiese su un forum delle notizie su Palermo, e io ripubblicai un post (che trovi pure qui.), facendo una battuta sul “problema del traffico” (immagino tu abbia visto “Johnny Stecchino”)
    Dopo un poco, qualcuno – un anonimo – commentò il post con un intervento intitolato “la mia terra e i problemi seri”, dicendo che si parla di traffico e non di mafia.
    E quando gli feci una battuta, dicendo che “Chiaramente, nei depliant turistici, la mafia sta al primo posto.
    Anzi no, l’abbiamo messa tra le voci di esportazione…”
    Ha iniziato a dire “li unici che fingevano di non vederle erano i palermitani che, se proprio non potevano continuare a fingere di non vedere, ci scherzavano sopra con un pizzico di presupponente ironia, proprio come fai tu. Contenti voi.”
    Come vedi, o ci si difende sempre e comunque, o rimaniamo pieni di “presupponente ironia” o siamo struzzi.
    E’ un destino crudele…

    (intanto, però: ciao a te, e benvenuta)

  5. anonimo ha detto:

    Sì, destino crudele sì!

    Ma ciao!

    Ste

  6. giorgi ha detto:

    Il destino crudele però non deve farti smettere di sperare che un giorno la mafia (nel senso lato che intendi tu, e anche nello specifico) possa essere sconfitta.
    Quello sì, sarebbe un destino crudele per tutti noi.

  7. riccionascosto ha detto:

    No, giorgi, smettere di sperare mai… significherebbe essere morti, in qualche modo.

    Però non dobbiamo neanche smettere di far notare le cose positive che ci sono, secondo me. E non vuol dire che non vediamo quelle negative, solo far notare che c’è altro.
    Senza per questo doverci sentire colpevoli.

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