Su misura

La donna alzò lo sguardo dal lavoro a maglia, ma le sue mani continuavano a muoversi veloci.  Erano gesti quasi automatici, che non aveva più bisogno di controllare con gli occhi. Avvolgeva il filo sul dito, poi lo passava sul ferro: dritto, rovescio, dritto, rovescio. Ogni tanto si fermava, doppiava i punti e incrociava, poi ricominciava in un ritmo quasi ipnotico.
La sua mente, allora, poteva prendere il volo,  approfittando di quei momenti in cui non era obbligata a controllare il corpo.
Usciva dalla finestra e volava, senza peso e senza pensieri, lasciandosi trascinare dalla corrente e sfruttandola, come fanno i gabbiani. Saliva su in alto e poi si lasciava cadere, godendo dell’assenza di paura, lasciata a decantare nel suo corpo.
 
Erano viaggi brevi. Bastava una voce di richiamo a riportarla giù di scatto: sentiva quasi il contraccolpo nelle ossa, una piccola fitta a rammentarle che non apparteneva più solo a se stessa.
 
La fitta scompariva quando guardava il visetto paffuto e le braccia tese di sua figlia. Il suo sorriso la compensava delle rinunce, e del sonno perso, e del peso che a volte sembrava voleva trascinarla ancora più in basso, dove non le sarebbe stato più possibile risalire.
 
Allora sorrideva in risposta, e provava a prolungare quel sorriso raccontando storie che aveva raccolto nel suo vagabondare: fiumi di cioccolato e monti di biscotto, dove era facile sfamarsi lungo il tragitto e riprendere il volo.
 
Mentre raccontava, teneva la bimba contro il petto e la sentiva diventare sempre più pesante tra le sue braccia man mano che il suono della sua voce l’acquietava e la disponeva al sonno. Anche il battito del suo cuore contro il proprio adeguava il ritmo, e il respiro si faceva regolare. Prolungava quegli attimi assaporandoli lentamente, e chiudendoli in un angolo della mente per riprenderli poi, quando la distanza e il tempo e le difficoltà avrebbero richiesto la memoria di momenti felici per tornare a volare.
 
Solo quando sentiva le braccia dolere per il peso scioglieva l’abbraccio e posava la bimba nel suo lettino. Riprendeva allora il suo lavoro, e tornava a contare maglie e giri mentre la mente volava alto, a raccogliere nuove storie.
 
Aveva sempre avuto difficoltà con la misura delle maniche. A volte troppo lunghe, altre larghe e corte, non riusciva mai a finirle in modo soddisfacente.
 
Ma stavolta no. Stavolta era certa che quelle maniche sarebbero state perfette.
A misura d’abbraccio.
 
 
Come scrivevo qualche post fa, anche gli abbracci hanno una loro misura – e intensità. Ci sono quelli che ti fanno sentire amata e coccolata, quelli rapidi che sanno di circostanza e quelli brevi, ma densi come la cioccolata d’inverno. E poi ci sono quelli che ti calzano come un guanto, a misura (it fits, dicono gli inglesi, e nell’infilare una parola dentro l’altra, c’è secondo me una magia speciale)
 
Annunci
Questa voce è stata pubblicata in cunti. Contrassegna il permalink.

10 risposte a Su misura

  1. fuoridaidenti ha detto:

    Va bene, è sugli abbracci il post, ma a me ‘sto dritto e rovescio e poi il fatto di incrociare fa pensare alla nobile arte del tennis.

  2. riccionascosto ha detto:

    A volte i rapporti personali (abbracci o meno) lo sembrano, delle partite a tennis. E’ solo più difficile stabilire chi fa il punto…

  3. anonimo ha detto:

    bello ciao Giulia

  4. metallicafisica ha detto:

    Ecco perché dalle persone cui voglio bene non “sopporto” gli abbracci “mosci”:)**

    ps: Mia mamma mi faceva sempre dei maglioni ” a crescere” e io ho imparato solo il rovescio (più tardi malrovescio:)

  5. anonimo ha detto:

    (ma che bello)

    lisa

  6. riccionascosto ha detto:

    Grazie, Giulia, ciao a te

    Eh, sì, Sorellona, gli abbracci mosci sono un controsenso. Preferisco allora una stretta di mano. L’abbraccio deve trasmettere il piacere di vedersi, altrimenti che abbraccio è?

    (ma grazie), Lisa. Troppo buona.

  7. gilgamesh ha detto:

    Bello il racconto e bella la chiusa, dà un senso di calore a leggerlo (e poi pur non sapendo lavorare a maglia, riesco ad immedesimarmi abbastanza 🙂

  8. riccionascosto ha detto:

    Grazie, Bardo.
    Mi sorprende però non sappia lavorare a maglia. E’ molto distensivo, una lacuna decisamente da colmare. In casi particolari, il movimento automatico porta quasi a una specie di trance, mi creda.

  9. Effe ha detto:

    l’a braccio è un sentimento improvvisato

  10. riccionascosto ha detto:

    …che qualche volta esce fuori dal tracciato

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...