Dall'altra parte della rete (parte prima)

Qualche giorno fa, lessi con interesse un post di Sphera e lo segnalai a un amico – Ottorinomat – che, nei cantieri, ci lavora.
Quella che segue è una sua  riflessione; prende spunto dal post ma poi, di temi, ne tocca parecchi.  
L’ho ricevuta e la pubblico volentieri anche se, per motivi di lunghezza, sarà divisa in più post.
 
di Ottorinomat
Quando vai in pensione vieni a guardare i cantieri, Sphera ?
No, dai, che sono timido e mi emoziono.

Scherzo.

E’ un bel pezzo, Sphera, lo hai scritto bene. Insomma mi è piaciuto.
Ci aggiungo qualcosa, se non ti spiace, ma visto dall’altra parte della rete. Da dentro il cantiere.
Sensazioni, quello che vedo e che mi ricordo.

Dunque, per oltre quattro anni ho lavorato in cantieri di opere pubbliche.
Il che vuol dire che i committenti sono Anas, Autostrade, Ferrovie, Enel, ecc. Il che vuol dire essere sempre a zonzo per l’Italia. Ed ho smesso proprio per questo. Perchè un lunedì mattina ti ritrovi al casello dell’autostrada dove passa il pulmino. E sei li con la valigia in mano. E ti rendi conto di non avere più una residenza, il che non è poi così grave.
Il grave è che nonostante i buoni propositi i tuoi amici sono diventati solo i colleghi di cantiere. Mediamente dormi nel tuo letto 4 o 5 giorni al mese. Il resto della vita è albergo, comodo certo ma sempre diverso, oggi Liguria domani Toscana, per dire. O Calabria e Val d’Aosta.

L’idea di rimanere errabondo fino alla pensione un giorno non mi piacque più. Quindi smisi. A quel tempo, anni ’91-‘95, il personale di quelle ditte (era un settore particolare dell’edilizia) proveniva tutto dalla stessa zona. Anzi lo "straniero" ero io, nel senso che abitavo a 200 km dalla sede. Ma conoscevo bene la zona della ditta, perchè ci andavo in ferie, e quindi dialetto, usi e costumi. Infatti riuscii ad entrare perchè conoscevo qualcuno.
E questo qualcuno mi ha detto che da qualche anno hanno assunto anche abruzzesi e sloveni. Non cambia un gran che ma per la cronaca va detto.

La sensazione più forte che mi rimane sulla pelle è l’essere sempre straniero. Perchè da qualunque parte vai non sei del luogo. I primi contatti sono col personale dell’albergo, poi se il cantiere dura allarghi il cerchio delle conoscenze. Avevo un collega che da militare aveva fatto sei mesi in Somalia. Ed aveva un agendina di numeri telefonici di amici di "naja" ben fornita. Immaginate per un ventenne che vuol dire fare sei mesi assieme ad altri ventenni in una zona di guerra in Africa. Indubbiamente ne escono legami forti. Ed io benedii parecchie volte la sua agendina, che era una fonte inesauribile di dritte giuste per passare qualche serata in qualche locale altrimenti introvabile. Ma vale sempre il vecchio detto "quanto prima ti fai un amico tanto prima avrai un vecchio amico". Bella si, l’agendina del Rosso, ma sempre un po’ straniero ti sentivi.

Solo più tardi questa esperienza di cantieri vagabondi ha preso anche un altro significato.
In maniera blanda in pratica ero un extracomunitario. Usi e costumi, maniera di comunicare sono diversi da regione a regione, per quanto un buon piatto di spaghetti al dente si trova dappertutto. Ma parecchie diversità indubbiamente ci sono. E viverle mi ha aiutato parecchio a capire gli extracomunitari. Ora ci lavoro assieme. Da tre anni abbondanti sono tornato in edilizia, quella delle case, quella vicino a casa.
Quella del "allora sei un muratore?". Circa, per definirsi muratore bisogna saper fare tutto, ed io non lo so fare. Un po’ perchè sono da poco nel settore, un po’ perchè nella mia ditta faccio il jolly, un po’ per inclinazioni personali. Nel senso che mi è più facile essere un distruttivo che un costruttivo. Se c’è da fare una ristrutturazione, di certo mettono me ad abbattere tutto, ma a ricostruire ci mettono i "vecchi". E così imparo lentamente.

In quest’edilizia delle case ci sono parecchi extracomunitari. La maggioranza è rumena, poi magrebini e pochi altri.

Un problema? Assolutamente no. Anche da turista all’estero ho sempre schivato come la peste gli italiani e gli occidentali se ero fuori Europa.
Che senso ha andare in un altro posto e continuare a respirare, ragionare e mangiare come a casa propria? Me lo sono sempre chiesto. Ricordo come fosse ieri una casupola in un estremo villaggio della Kali Gandachi, o come diamine si scrive, in Nepal. Standard di ospitalità da paesino dell’estremo nord del Nepal. Ergo si caca in una latrina nel cortile, l’acqua pure si trova in cortile da una fontanella, no elettricità. Ospiti io ed alcune ragazze americane. Una serata terrificante. "a casa mia mangio così, che nostalgia quella cosa là, appena sviluppo le foto, avrei voglia di telefonare alla mia amica…" . Si saranno anche chieste chi diamine era quell’occhialuto taciturno, indubbiamente dall’aspetto occidentale ma molto poco socievole, che se ne stava in un angolo senza profferir parola. Ero io. Ed ero arrivato fin li solo soletto, da un altra valle meno turistica.
Fantastica, giorni di trekking dove era facilissimo schivare gli occidentali, da tanto pochi che erano. E trovarsi la sera ospite di una famiglia nepalese. Se fai il turista rassegnati, esistono certi standard duri da abbattere. Il mangiare, ad esempio.
Giocoforza sei estraneo, turista, ed i turisti mangiano sempre le stesse cose. Il leit motiv dell’igiene, del fatto che loro hanno una mortalità infantile molto elevata, però chi sopravvive digerisce anche i sassi.
Mentre gli occidentali hanno lo stomachino delicato. Nessun problema, mangiavo il menu "turistico" che mi proponevano. Fatto di cose bollite e quindi sterili, e solo perchè rifiutarlo era difficile spiegarlo. Ma poi mi avvicinavo a loro mentre mangiavano, e facevo il curioso. "Cosa è quella roba gialla li?". Seguiva un immancabile sguardo sorpreso. Ma il ghiaccio era rotto; e, come fosse la cosa più normale del mondo, chiedevo di assaggiarla. Diventava un po’ come far onore alla padrona di casa, chiedendo il bis. Per me era vivere come loro.
Ammetto che con questo giochino durato oltre due settimane alla faccia dell’ufficio igiene mi sono preso una diarrea storica. Ma ci tengo anche a precisare che mi ero preventivamente informato sui pericoli mortali che avrei potuto correre. Per cui non ero uno sprovveduto ed avevo con me una medicina particolare, che effettivamente presi. Se l’intero mondo della medicina non mi aveva tirato un "pacco", la pelle la portavo a casa. E cosi feci.

Torniamo all’edilizia. "Bene, cominci a lavorare domani. Nella ditta ci sono tre italiani, te compreso, un tunisino e dieci rumeni". Ci mancava poco che gridassi "Hurra". Stanti le premesse nepalesi, che in fondo non sono lì a caso ma sono parte del mio dna di curioso, ci misi ovviamente poco ad avere un buon feeling con i rumeni. Anzi direi ottimo.
Tra loro parlavano sempre rumeno, questo è vero. E quanto a facilità di apprendere le lingue sono un somaro, il che è altrettanto vero. Ma a fiutare un discorso in generale, tipo di cosa si sta parlando e qual è la decisione definitiva, ci piglio discretamente. Per dire, voi ascoltate una frase in rumeno. Come me non ci capite assolutamente nulla. A parte un "bin laden". La cosa domani si ripete, basta solo prestare attenzione alle loro parole, anche se non ci si capisce ma voi prestateci attenzione ugualmente. A fine settimana sussurrai al mio vicino "bin laden". Costui si guardò attorno e poi mi guardo stupefatto: "ma allora tu capisci il rumeno?". "No" replicai. Avevo soltanto capito che "bin laden" era il titolare della ditta, in codice. E lui aveva capito che io stavo dalla parte degli operai, e che non avrei fatto la spia.

Tre italiani nella ditta, dicevo. Un ex carabiniere, e questo è già una buona traccia sull’elasticità mentale del personaggio in questione, io e poi "Birretta". "Birretta" non era poi così male dal punto di vista tecnico, voglio dire. Ci sapeva fare parecchio. Ma i rumeni lo chiamavano  "Birretta". Motivo? Trangugiava una quantità infinita di birrette, come le chiamava lui, sminuendole. Leggiermente etilico, detto da un umorista che lavora all’ussl.
Va da se che io ero un rumeno, come frequentazioni.
Il tunisino era troppo particolare per farsi un idea della Tunisia. Come tutti i magrebini che ho conosciuto, è di certo più svogliato di un rumeno.
La sua particolarità era che qualsiasi animale vedesse ti diceva se in Tunisia lo mangiano oppure no. Dovessi credergli, in Tunisia mangiano di tutto.

Dieci rumeni, dicevo. O meglio nove rumeni tra il degno ed il degnissimo ed un deficente. I deficenti nascono dappertutto, non è un discorso razziale.
Tanto più che un giorno Nicola (persona eccezzionale) minacciò di spaccargli il cranio con una mazzetta. Il deficente aveva per l’ennesima volta superato il limite, e son certo che Nicola non l’avrebbe fatto. Ma Nicola è grosso come Bud Spencer, e la minaccia fece il suo effetto. Eccome se lo fece, perchè il deficente zittì ed addirittura dopo un po’ si licenziò. Mi pare ovvio, perchè continuare a lavorare con nove conterranei rumeni cretini ed un italiano cretino che ragionano tutti allo stesso modo? Quando se ne andò nessuno pianse. Incredibile.

I rumeni in edilizia vengono quasi tutti dalla zona di Bacau. Credo sia una zona depressa, ma mi è difficile capirlo perchè tutta la Romania per i nostri standard è depressa. Bacau è al confine con la Moldavia, nel nord est.
Nicola, quando lavoravo con lui, tornò per due settimane in Romania. Da sei anni in Italia con la moglie, scappato giovanissimo, aveva avuto due figlie. E voleva farle vedere ai genitori. Quando tornò era tra il perplesso ed il depresso. "Non me la ricordavo così povera, la Romania".

Dovetti aspettare due settimane per non sentirlo ripetere questa frase. Suo fratello Costantino, il Costa, un giorno era seduto su un bancale di legno, a ragionare. "Ma che cavolo sto facendo" mormorava "sto mettendo via i soldi per comprarmi una casa in Romania ma non ho nessuna voglia di tornare in quella miseria".
Daniele era l’unico che non masticava l’italiano. I rumeni hanno una facilità spaventosa ad apprendere le lingue ma Daniele era appena arrivato.

Io e lui ci chiamavamo a vicenda "leatule", che vuole dire dello stesso anno di nascita, come quando fai il militare assieme e ti chiami a vicenda "classe". Nicola mi assicurò che era un peccato che non capissi il rumeno, perchè Daniele aveva un senso dell’umorismo straordinario.
Per gli italiani invece il rumeno non è facile. Vabbhe, dicono sia lingua neolatina ma ha un qualcosa tipo le declinazioni in tedesco. Per me è complicata, però vedete voi, che io sono un somaro.

Nicola mi invitò a cena un paio di volte. Molto interessante. L’unico italiano in una cena di rumeni. Oltre all’amicizia, per loro c’era l’onore di un segno di integrazione, per me, oltre al calore umano, la solita sana curiosità ed un senso di sdebitamento. Il "mia casa tua casa" che ho provato nei cantieri precedenti, a zonzo per l’Italia. La cucina rumena è un tantinello più grassa della nostra, ma è capibile. "Non me la ricordavo così povera, la Romania" diceva Nicola. Il che vuol dire "Ingolla, che domani probabile che si va di magro". Ed infatti non ho mai visto degli ossicini di pollo cosi lustri come quelli che Cristian lasciava in vassoio, in cantiere. Se li davi ad un cane sarebbe morto di fame. Abbagliavano da quanto erano lucidi.
La cosa più inusuale era però l’aperitivo. Un mezzo bicchiere di superalcolico, bevuto d’un fiato. Aveva una colorazione strana. Bevvi. "Cristoddio che diamine è?" "Vuoi ancora?". Mi parve scortese rifiutare. Al che mi dissero che il ginger era finito. E l’altra bottiglia vidi che era cognac puro.

(continua)

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in ospiti. Contrassegna il permalink.

5 risposte a Dall'altra parte della rete (parte prima)

  1. sphera ha detto:

    Ma grazie. Aspetto il seguito. E poi in cantiere ci vengo, ma davvero.(Quando mi stavano ristrutturando la casa ero sempre lì, a trafficare sui miei lavoretti, certo meno specialistici di quelli degli edili m anon m el acavavo male. Il capomastro ha detto che mi avrebbe preso quando volevo. I muscoli si fanno, ha risposto alle mie obiezioni, e poi servono fino a un certo punto: è con l atesta che si lavora. Tutti i lavori. Mi sa che non aveva tanto torto.)

  2. cf05103025 ha detto:

    Hai scritto proprio una bella storia, davvero, davvero,

    So fare molti lavoretti di bricolage, faccio un pochino il falegname, stucco crepe, rinfrorzo porte e ne ho costruite pure ma non mi sono mai comprato una betoniera per farmi la malta e rappezzarmi i muri vecchi o tirarli su, quindi ti invidio, (bonariamente s’intenda).
    E poi hai costruito questa storia proprio mattone su mattone, pezzo pezzo che ha un ritmo logico costruttivo, cheneso, che mi va a genio, ecco

    MarioB.

  3. riccionascosto ha detto:

    Dall’altra parte della rete (parte seconda)[..] di Ottorinomat Life is life, e li ho persi di vista tutti. Perchè ho cambiato ditta. Perchè? Mi direte voi che guardate con curiosità un cantiere aggrappati alla recinzione. Perchè gerarchicamente le cose funzionano in un [..]

  4. riccionascosto ha detto:

    Sphera, io ho fatto solo da tramite, il grazie va a Otto.

    Mario B. , anche i tuoi apprezzamenti li giro a Otto, che sono certa li gradirà molto.

    (Il fatto è che è un cancraccio, timido come me, anche se coi ricci va molto d’accordo. 😉 )

  5. riccionascosto ha detto:

    Dall’altra parte della rete (parte terza e fine)[..] di Ottorinomat Per concludere con la Romania ripesco alcune righe di due mesi fa. Anche nella ditta in cui lavoro ora c’è un rumeno, Ciprian. Ecco qua. "bar ai portici". Pausa di mezzogiorno, quando posso ci vado per un caff&egrave [..]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...