Dall'altra parte della rete (parte seconda)

(la riflessione di Ottorinomat scaturita dalla lettura di un post di Sphera. Questa è la seconda parte, la prima è qui; poco più sotto, cioè)

di Ottorinomat 

Life is life, e li ho persi di vista tutti. Perchè ho cambiato ditta.
Perchè? Mi direte voi che guardate con curiosità un cantiere aggrappati alla recinzione.
Perchè gerarchicamente le cose funzionano in un solo modo.
E questo non è un fatto di etnie, immigrati ed integrazione. E’ un fatto di essere uomini o meno, ed avere un ego ciclopico o meno, essere cretini oppure no (vedasi la litigata del Nicola col conterraneo). Insomma son cose che non hanno bandiera.
E dunque se esiste un rapporto di lavoro vuol dire che esiste un datore di lavoro e qualcuno che in cambio di denaro svolge il lavoro. La scoperta dell’acqua calda? Assolutamente no.
Perchè se voi, come Sphera, state attaccati alla rete di recinzione difficilmente riuscirete a percepire certi particolari. Detto in poche parole, gli operai si dividono in due categorie. Coloro che usano il termine "datore di lavoro" e coloro che usano il termine "padrone".
Paiono bazzeccole, invece è un universo di differenza. Il datore di lavoro è cosciente che esiste un rapporto di lavoro, con diritti e doveri da ambo le parti di chi stipula il patto. Il padrone è molto più brutale, crede di avere molti più diritti e pochissimi doveri. Il concetto di "sacralità della persona" è per lui inesistente. Più spesso fa finta di non conoscerlo, per proprio comodo, anche se la sua conoscenza è alquanto imperfetta.

Me ne andai proprio per questo. Se voi vi foste aggrappati alla rete proprio come Sphera per guardare il cantiere, questo si vedeva. C’era "bin laden" in cantiere? Pareva un cantiere di cocainomani. Non c’era "bin laden" in cantiere? Qualche volta avreste scorto qualcuno intento a spulciare un quotidiano. Chi era "bin laden"? una via di mezzo tra un datore di lavoro ed un padrone. Ma di questo me ne accorsi tardi, quando gli diedi le dimissioni in ufficio. Fu un colloquio franco, e lui esplicitamente mi fece capire che mi stimava, e che gli dispiaceva perdermi. Ma messa cosi sembrerebbe autoincensante, quindi cambio parole. "bin laden " mi fece capire che riusciva a capire se una persona aveva buona volontà oppure no. Però indirettamente fece anche capire che era nato e cresciuto con quella fottutissima mentalità iperbigotta veneta del lavoro innanzitutto. Il cui corollario è "l’ordine si mantiene innanzitutto con la frusta". Anche se apparentemente si fa finta che tutti siano dei lavativi. Se poi sono rumeni si fa finta di più di non capire perchè, e che cazzo, vengono da posti diversi, parlano diverso, sono ortodossi e non cattolici (vabbhe, un lunedì non hanno lavorato in blocco. Era la pasqua ortodossa. Ed infatti senza profferir parola hanno però lavorato il lunedì della pasqua cattolica. Ma anche questo fai finta di non ricordarlo, "bin laden", che scemo non sei), di certo tramano.
Corollario due, più generico: "se il dipendente non protesta per le frustate, continuo a dargliele". Forse non so perchè le dò, ma se non protesta vuol dire che si sente colpevole. Ai posteri l’ardua sentenza?

Io avevo già preso altri accordi, avevo già comunicato la cosa a Nicola, avevo già capito che la decisione era fulmineamente passata di bocca in bocca (vedasi " fvjrir ffbfbf dfefjnv fj3of "mionome" cegibn "bin laden" seguono parolacce in rumeno a iosa). Cosa fatta capo ha, me ne andai. A nulla valse la mossa finale di " bin laden ", che mi pagò l’ultimo stipendio e la liquidazione in contanti in biglietti di piccolo taglio. Per farmi uscire dal suo ufficio con un portafoglio più largo di un enciclopedia.)

Piccola pausa. Ammetto che per il lettore potrei apparire come filo rumeno.
Difficile da giustificare, la cronaca nera riporta anche misfatti addebitabili a rumeni che fanno accapponare la pelle. Vero.

Il fatto è che non faccio di tutta l’erba un fascio. E quindi per le persone che ho conosciuto vale quanto sopra. Parlo di gente con cui ho lavorato gomito a gomito per qualche anno. Ma si sa, ogni medaglia ha due facce. Internet da un lato è infinitamente piena di pagine di conoscenza, dall’altro è anche infinitamente piena di spocchiosetti che la sanno veramente lunga, anche senza aver mai visto un rumeno.
Seconda cosa: ho appena letto un interessante post che diceva che in fondo l’opinione pubblica la fanno i media, i quali danno una visione parecchio taroccata della realtà. Se avete dubbi su questo, premete Alt-F4. State leggendo questo post per sbaglio.
Che nell’anno di grazia 1999 ebbi la fortuna di intrufolarmi ad un congresso dal nome "gli occhi della guerra". Era ad ingresso libero, ma i non addetti al settore erano talmente pochi che gli addetti al settore parlarono a ruota libera. Ricordo benissimo Massimo Alberizzi ed Ettore Mo (Corriere), Mimmo Candito (la Stampa), Fausto Biroslavo e Gian Micalessin (il Giornale)… Pareva un requiem per una professione, l’inviato speciale, il reporter di guerra. Già allora uno dei massimi quotidiani italiani aveva un esperto di marketing che affiancava il direttore. L’esempio vittima era .lba .arietti. Facciamo finta che domani ci sia un colpo di stato in .hazakistan. E sappi anche che chi scrive su un giornale ha un tot di righe fisse a disposizione. Bene, caro lettore, fai finta di essere in .hazakistan. Il direttore di certo ti dice che tu avrai, mettiamo, 80 righe a disposizione. Devi stare in 80 righe punto e basta. Chissefrega se la notizia è importante, hai 80 righe e stop. Capito ?
Mica finita. L’esperto di marketing il giorno dopo valuta l’audience di lettura. E comunica col direttore. E, cazzo, in questa società di veline e calciatori, la storiella dell’ennesima plastica alle tette della .arietti è stata letta dall’ 80% dei lettori. Mentre il colpo di stato in .hazakistan è stato letto dal 20% di lettori. Ed a te, a cui magari fischiano le schioppettate sopra la testa perchè sei in .hazakistan, comunicano che domani avrai 40 righe a disposizione.
Da quel che ne ho capito, i reporter di guerra, storcendo parecchio il naso, si sono adeguati. Non comanda più l’importanza di una notizia, comanda l’audience. Poi volendo trovi un infinità di ossequianti al potere che trovano lecita questa scala di valori, dove domina l’audience per il ritorno pubblicitario.
Che in fondo una mente sciolta di un bloggher scrisse anche " sapete perché non saprete mai nulla di ….. ? guardate semplicemente quante pagine di pubblicità ha ….. sui più diffusi quotidiani italiani, guardate quanto costa una pagina e chiedetevi cosa succederebbe se qualcuno svelasse le decisioni oltre cortina. Minimo i quotidiani perderebbero la pubblicità.

Quanto costa una pagina ?. Se questo ragionamentino vi è ostico, di nuovo Alt- F4. Siete qui per sbaglio.

Che centrano i rumeni ?
Beh, io della Romania sapevo solo di Bucarest e Timisoara. Bacau e Costanza so che esistono solo perchè ma ne hanno parlato. Allora faccio finta di essere come in altri cantieri, in trasferta in posti che non conosco. E mi immagino rumeno. Roma e Milano. Poi per sentito dire Firenze e Venezia. Per sentito dire. Un po’ poco per dire di conoscere l’Italia. Poi metti che Pietro Maso va in Romania ed ammazza i genitori. Di certo per i rumeni gli italiani sono tutti degli uxoricidi. Se i media lo fanno credere. Ma l’audience aiuta.

Dove sta la verità ? Duro a dirsi. La nomea di un rumeno è però più pesante di quello che è in realtà. Anche tra i rumeni esistono delinquenti. Delinquenti efferati. Non si può negare. Loro stessi me ne hanno parlato e me lo hanno confermato. Ma per come li ho conosciuti, per averci lavorato assieme, per aver mangiato assieme e riso assieme, l’idea che ha l’italiano medio di un rumeno è peggiore di quello che è il rumeno in sostanza. La differenza, la generica demonizzazione del rumeno, la fanno i media, e l’audience. Tutto li. Ripeto, nessuno è santo, ma la proporzione del problema è solo dettata dall’ audience, non dalla realtà.

Che mizzica, volendo credere ai fogliacci locali, ancora peggiori dei quotidiani nazionali, c’è da accapponare la pelle. Basta pigliare un caffè la mattina la bar. Il fogliaccio in questione in quel medesimo giorno pare una monografia sulla droga. Dovessi credergli, dovrei uscire con lo scudo antisommossa che usano i reparti di polizia della celere. Non si sa mai, pare che di questi tempi ti tirino panetti di sostanze particolari nella schiena. E fanno male i panetti, che stando a quanto scrivono son belli pesanti. Ma non abbocco, mi limito a sfogliare.
Mi cade l’occhio su una divagazione, toh, parrebbe esistesse anche un problema chiamato alcool. Pagina molto interna, taglio basso, che in fondo siamo nel paese del vino, non inimichiamoci l’economia.
Ed infatti intervista deamicisiana al presidente del club alcoolisti anonimi di un paesuccolo di provincia. Uno straziante mea culpa di un pensionato che è stato alcolizzato per tutta la vita. Poi si è redento. E si è dichiarato pentito di aver trascurato la famiglia per una vita. Di aver conosciuto i figli solo quando erano maggiorenni e lui in pensione (prima era in preda dell’alcool, ed al lavoro aggiungo io). Leggendo testualmente l’articolo il primo dato che stona è il fatto che, a quanto si capisce, la moglie avrebbe sposato un alcolizzato a 17 anni. Se non è un refuso. Ma il finale è portentoso. Il tizio in questione conclude declamando in pompa magna il motto della sua sezione del club alcoolisti anonimi: " lontani dal gruppo, vicini al bicchiere ". Un refuso grande come un grattacielo o un cronista che ha abusato di una di quelle sostanze che sembrerebbe ti tirino a panetti nella schiena?

Ancora due opzioni per il lettore.
O sono un eccelso sparatore di minchiate o piango per questa realtà.

Nessuna delle due.
Una volta piangevo, poi mi sono arrampicato su un ramo e rassegnatamente aspetto che la piena passi. Vabbhe, la piena non passerà, ma non posso arrampicarmi più di così.

 

 (continua)

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3 risposte a Dall'altra parte della rete (parte seconda)

  1. maurogasparini ha detto:

    entrare nella logica di dire che gli abitanti di una nazione non sono tutti uguali, vuol dire perdere tempo con chi non ne vuole perdere a pensare.

    conosco la realtà dei cantieri, dei “paroni” e ritengo che in questo godibilissimo affresco tu sia stato fin troppo generoso.

    se continua mi prenoto per il seguito. 🙂

  2. riccionascosto ha detto:

    Dall’altra parte della rete (parte terza e fine)[..] di Ottorinomat Per concludere con la Romania ripesco alcune righe di due mesi fa. Anche nella ditta in cui lavoro ora c’è un rumeno, Ciprian. Ecco qua. "bar ai portici". Pausa di mezzogiorno, quando posso ci vado per un caff&egrave [..]

  3. riccionascosto ha detto:

    Ed eccoti accontentato, Mauro.

    Come ho scritto prima, Otto è un timido cancraccio (come me, insomma), ma sono sicura che legge i vostri commenti e li apprezza.

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