In mancanza di sesamo

No, non mi riferisco al semino  –  cimino in siciliano – che noi mettiamo sul pane, anche se ne sento la mancanza (pure del pane, ma questa è un’altra storia).

Penso alla comodità di quei quaranta ladroni cui bastava dire “Apriti, sesamo” e spalancare le grotte dei tesori. Certo, anche loro hanno avuto i loro problemi: magari si fossero dotati di maggiore discrezione, invece di gridare il loro ordine ai quattro venti. Ali Babà non ne avrebbe approfittato.

Almeno loro non erano costretti a portarsi dietro chili di chiavi e telecomandi. E apri e chiudi, e la chiave s’incastra, e la batteria del telecomando si scarica, e…

Ma andiamo con ordine.

14.00 – Il consorte mi chiama al telefono: “Hai notato il portone, uscendo?”
“Alle sette, stamattina con Ares?” rispondo. “Sì, si chiudeva male come al solito.”
“No, intendevo dire quando sei andata in ufficio. Be’, non potevi notarlo perché non c’era”.
“Come,  non c’era? Non ho visto, sono andata dritta in garage. Perché, lo cambiano, finalmente?” dico, contenta. Ma un pensiero si fa strada.
“Scusa, ma… e le chiavi?”
“Buongiorno” risponde amorevole il consorte “ci sei arrivata, alla fine”.
“Vabbè, mica li cambieranno tutti e due insieme. Entrerò dal portoncino dei garage”.

17.00 – Il consorte lancia un appello telefonico. Rientro (suo) a orario da destinarsi: passeggiata canina e un minimo di spesa per la cena toccano a me.

18.28  – Riesco finalmente a staccarmi dal mio, di lavoro. Ma a questo punto Ares ha la priorità, visto che probabilmente starà aspettando davanti alla porta a zampe incrociate.
Mi fiondo (si fa per dire, sfido voi col mio trispito) a casa.

18.55 –  Arrivo in garage, trafelata, con negli occhi l’immagine di possibili inondamenti canini sul parquet del corridoio. Lascio il motorino nel box, ma prima di arrivare al portoncino che dà accesso al palazzo, vedo un ampio sorriso aprirsi davanti a me. E’ uno dei condomini, lavora alla società di computer nel seminterrato. “Visto?” mi fa, e il sorriso si allarga. Seguo la direzione del suo sguardo e… il portoncino di legno, quello la cui maniglia rimaneva in mano una volta sì e una no e che quindi rimaneva rigorosamente aperto, non c’è più.
Al suo posto un elegante portoncino blindato color testa di moro, liscio, lucente e… chiuso.
Con una splendida serratura a mappa europea, di cui ovviamente non possiedo la chiave.
Pazienza, penso tra me e me. Farò il giro, citofonerò a qualcuno e mi farò aprire. Ma il mio gentile vicino mi evita la fatica, aprendo la porta per me.
“Avranno lasciato una copia delle chiavi nella cassetta delle lettere”, dico ringraziando.
Macché. La cassetta è vuota, fatta eccezione per un depliant pubblicitario che non tolgo neanche. Mi precipito invece per le scale  e suono alla vicina del piano di sopra. Spero infatti che lei, in qualche modo, mi possa aiutare. Ma non ha chiavi in più, solo il numero di cellulare del direttore dei lavori, che afferro e scappo. Ora ho un problema più urgente: Ares.

19.05 – Lasciandomi appena il tempo di agganciargli il guinzaglio, Ares mi trascina a rotta di collo giù per le scale. Arrivati nell’atrio… sorpresa. Il direttore dei lavori è lì, con i vicini di pianerottolo. “Mi ha portato le chiavi?” chiedo speranzosa e trattengo a stento Ares, che vorrebbe lanciarsi per il varco lasciato dal portone aperto.
“Perché, non gliele ho date?”  mi chiede con aria dubbiosa. “Eppure ho fatto il giro di tutti gli appartamenti”.

Alla fine lo convinco – giurando anche a nome del cane –  di non possedere alcuna chiave, e afferro al volo  quelle che mi porge insieme al bigliettino da visita del ferramenta (“che ha già la mappa” mi grida dietro) ove duplicarle. Ares, che fino a quel momento avevo tenuto fermo tra le gambe, approfitta della mia distrazione per tuffarsi, con slancio degno di uno scattista, verso la strada e, soprattutto, verso il tronco liberatorio contro il quale si ferma alzando la zampa.
 

19.09 (e non esagero). Ares decide, pago almeno per qualche istante, di poggiare infine la zampa a terra e trascinarmi dietro di lui per la strada in salita. Ovviamente, questo è il momento più opportuno perché il cellulare inizi a squillare nella borsa. E’ il consorte che si premura di sapere se ho ottenuto le chiavi e se faccio in tempo a far fare le copie. Con il cellulare in una mano e il guinzaglio nell’altra, un occhio ad Ares e l’altro a perlustrare l’ambiente per evitare che lui incroci altri cani e/o che le mie scarpe si imbattano in feci indesiderate, riesco ancora a dare una breve occhiata all’orologio. 19.13. Forse ce la faccio.

19.20 – Il problema è scoprire dove si trova il ferramenta senza avere a disposizione uno stradario. Ma ho il telefono; scopro così di avere tempo fino alle 20.00. Ma siccome la giornata è quella che è, il gentile signore mi avverte anche che non ha a disposizione uno dei due modelli, esaurito per le troppe richieste. Pazienza.

19.58 – Rientro finalmente a casa con tre chiavi in più, ma senza essere riuscita a passare dal supermercato. Decido che oggi, pizza. Telefoniamo, tavolo per due ore 20.30. Con la fame che ho, è perfetto.

20.15 – Pronti per uscire, squilla il telefono. Mammina (del consorte). Per fortuna quella santa donna è breve e il consorte ha forse più fame di me, quindi taglia corto.

20.22 – Casco in testa, moto fuori dal garage, pronti a partire.
Ma.
Il consorte si rende conto di non avere con sé le chiavi della moto. Senza, i 200 e più chili di GSR non possono andare lontano. Vado (aprire portoncino, ascensore, aprire serratura superiore, serratura inferiore della porta di casa) e recupero la chiave dispersa. Ares, perplesso, mi accompagna alla porta. (Chiudere serratura inferiore e superiore della porta di casa). Torno giù.

20.26 – La moto è poggiata sul cavalletto e la saracinesca del box è aperta. Il consorte mi comunica che le chiavi di antifurto e bloccadisco sono rimaste nello zainetto. A casa. Salgo (aprire portoncino, ascensore, aprire serratura superiore, serratura inferiore della porta di casa), non senza prima avergli ricordato che esistono i cellulari apposta. Ares, certo che ormai noi eravamo andati, ha approfittato della solitudine per ripiegare il tappeto dello studio in un comodo giaciglio, e non è molto contento del mio improvviso ritorno. Ma si sa, oggi niente buchi nelle ciambelle. Recupero le chiavi (chiudere sotto e sopra), scendo in garage.
Il consorte non c’è. E neanche la moto.
Torno su ed esco dal portone. Non c’è.
Ha pensato bene di fermarsi all’angolo dell’isolato. E vabbè.
Ma almeno, ora si parte.

20.40 – Il consorte decide di provare una strada nuova. Dopo aver passato una triplice serie di semafori rossi (“non li ho visti” si scusa) decide di tirare dritto anziché girare, come al solito, a destra. Il problema è che continua a tirare dritto anche dopo, e siamo costretti a girare in tondo.

20.55 – Qualche santo in paradiso deve avere avuto pietà, perché malgrado il ritardo e la fila fuori dalla porta, il tavolo miracolosamente ce lo hanno conservato. E, finalmente, ci possiamo rilassare…

Che fatica, però, per una chiave (anzi, tre).

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14 risposte a In mancanza di sesamo

  1. anonimo ha detto:

    però la conclusione è stata una pizza;-)
    (io è da un po’ che ho cominciato a sognarla, pizza cotta nel forno a legna all’aperto a trastevere su un tavolo con la tovaglia di carta, per fortuna che tra poco chiude
    la scuola)
    alessandra

  2. riccionascosto ha detto:

    Già, una pizza (anzi, una pinsa, per essere precisi) 😉
    Allora, vacanze romane?

  3. ritabonomo ha detto:

    Una giornata un po’ fantozziana, non c’è che dire. 🙂 Povera riccio. Una santa donna, ecco cosa sei! Una santa donna che te la fa raccontare trafelatamente filosofica con quel e vabbè. Ma almeno adesso si parte che io avrei fatto un 48 di capricci invece. 🙂

    Rr

  4. riccionascosto ha detto:

    Santa donna no, Rita (anche se qualcuno mi disse che il mio nome significa “pazienza, stoica sopportazione”. Altri affermano invece che sia “affilata come una spada”. Io alterno le due) 😉

    Piuttosto, tu hai finito l’intervallo?

  5. ritabonomo ha detto:

    Dipende dai punti di vista, riccio. Io ho due stanze: una la riassetto più spesso, offro caffè e biscotti a chi, bontà sua, decide di fermarsi a leggere e ascoltare poesie o pseudodrammi pretestuosi e scomodi. E’ il mio modo per ‘allietare’ i momenti di tutta tristezza che ahimè -spesso- offro come giuggiole lacrimose. 🙂

    Ecco, dicevo, lì (clicca sulla casina se ti va) l’intervallo è durato poco. Sull’altra stanza, no, l’intervallo non è ancora finito.

    🙂

    Rr

  6. Nandina ha detto:

    cercando qualche mancina sono arrivata a te, mi è piaciuto! Alla prossima
    Ciao

  7. anonimo ha detto:

    Povero Ares !

    me lo immagino, tutto il pomeriggio a tener duro, magari a zampe incrociate, fino al sospirato albero. Poi, giustamente, ritiene di essersi meritato un po’ di relax, sul tappeto…
    E tu subito, con la “scusa” di un paio di chiavi, che torni immediatamente a controllarlo…e raddrizzare il tappeto
    ahhh san Ares

    mi è piaciuto, Riccio, scritto bene.

    Otto

  8. ritabonomo ha detto:

    Ah, anche di là
    l’intervallo è finito.

    Rr

  9. cybbolo ha detto:

    abitare al Colosseo dentro un cartone è indubbiamente molto più semplice…;-)))

  10. riccionascosto ha detto:

    Rita, io invidio chi riesce ad aver cura di più stanze. Io a stento posso occuparmi di una… (però capisco ciò che vuoi dire, sì). E un intervallo dimezzato è meglio di niente… Poi ho visto che hai ripreso del tutto, bene! 🙂

    Nandina, benvenuta. Sono mancina, sì, anche ambidestra per necessità. Ci si adatta… 🙂

    Povero Ares, Otto? Povero tappeto! Io non so come faccia, a ridurre un tappeto 1,80*1,0 (misure a naso) in 60*30 (tanto per farti capire, ci va per piegature progressive, ovviamente).

    Cyb, sicuramente anche più economico. Se pensi che ogni coppia di chiavi mi è costata quasi 45 €, e ne ho dovute fare tre…

  11. metallicafisica ha detto:

    Ho avuto le notizie in anteprima… (la convenienza di essere sorellone)

    Che dire? E pure, a vederlo dal vivo il consorte sembrerebbe normale:)))))

    Ogni volta che usciamo (io di solito scendo prima e aspetto in macchina) Max mi porta Cellulare, occhiali e chiavi che, puntualmente (dimenticandomi dove li ho appoggiati) dimentico in casa.
    Come fara San Pietro, mi domando e dico?***

  12. riccionascosto ha detto:

    San Pietro non avrebbe problemi, Sorellona. Se gli manca una chiave, fa o’ miracolo
    Ma almeno Max te le recupera tutte insieme, le tue cose, o lo costringi anche tu a fare su e giù?

  13. Effe ha detto:

    questo sì che è un vero uomo.
    Alzati, femmina, e servimi ‘o cafè

  14. riccionascosto ha detto:

    In effetti il caffè al consorte lo porto a letto, Herr, con sigarette, posacenere e accendino. Solo dopo pranzo, però.
    Quello del mattino, agli inizi, voleva portarmelo lui… ma l’ho scoraggiato subito. La mattina, io, mordo. Meglio starmi a distanza di sicurezza.

    Ah, Sorellona, dice il consorte, che vuol dire “a vederlo dal vivo il consorte sembrerebbe normale”? (e dico io: la prossima volta che ti invita ad andare in moto, tu tieniti forte) 😉

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