Cronache da più altrove

Il lunedì si annuncia all’alba con un trillo.
La suoneria avanza nel sonno zampettando allegra, ma le chiamate fuori orario raramente portano buone notizie.
Questa non fa eccezione, e in pochi minuti le parole lasciano il posto a singhiozzi trattenuti che pure superano la porta chiusa.
Una scomparsa porta con sé dolore ma anche lucidità, quella che occorre per i preparativi: contatti da prendere, persone da avvisare, incredulità da relegare in un angolino ad affrontare a pugni la realtà. Non basta la voce ascoltata il giorno prima o i programmi futuri ad ancorare alla vita chi non c’è più.
Si fa strada, intanto, la mancanza.
Il vuoto, i ricordi che si ritraggono mentre cerchi di afferrare dalla memoria un volto sorridente, non stanco come l’hai visto l’ultima volta né immobile e freddo come lo vedrai .
Si fa peso, intanto, il dolore.
Incurva le spalle di chi hai sempre pensato forte, cui hai guardato quando incerta compivi i primi passi. Vorresti prenderlo su di te ma non puoi, puoi solo prestare la tua ragione, le tue braccia, le mani a risolvere problemi concreti: spostamenti da programmare e da tracciare, biglietti da prenotare, decisioni da prendere. 
Le valigie no, quelle servono a tenere la sua mente concentrata su cose futili ma necessarie, a frangere le onde del dolore che arriva inatteso, del rimorso che fa capolino sulle visite sempre rimandate a tempi migliori, sulla distanza non colmata quando ancora avrebbe trovato sorrisi ad estinguerla.
Un angolo della tua mente ringrazia il cielo che sia accaduto ora, mentre sei qui e non distante a tua volta, quando puoi guardare le spalle ricurve e stringerle in un abbraccio, anziché immaginarle all’altro capo di un telefono. Un altro si chiede se qualche giorno avrebbe fatto poi differenza, se una nuova vita – tanto attesa – non avrebbe dato ancora uno sprazzo di gioia prima dell’ultimo saluto.
Ma non c’è tempo per fermarsi, ci sono chilometri da percorrere e non sono pochi, due terzi di Italia da attraversare in due giorni, due tappe forzate per lasciare pezzi e raccoglierne altri, mani e mente a concentrarsi altrove per non arrendersi al pianto, per distaccarsi da sé.
La morte chiama la vita e questa prova a sfuggirla fino a che può, fino a che riesce a distogliere lo sguardo e il pensiero.
Le parole perdono senso, eppure vanno dette, perché nella distanza i silenzi sono assenza e acquistano densità e spessore solo nello spazio stretto di un abbraccio o di uno sguardo che ne mettano a posto limiti e significato.
I gesti sono gli stessi eppure diversi: caricare il bagaglio in macchina, salutare, partire pesano un po’ di più, gli abbracci a chi resta sono più lunghi perché anticipati, le soste più brevi, il tragitto silenzioso.
La strada si snoda davanti, nuova e già vecchia nelle strisce bianche che si staccano dall’asfalto, nastri di plastica che il caldo rifiuta di legare. Un lavoro affrettato e malfatto, eppure durato vent’anni: solo due ne sono passati – e sembrano dieci, almeno, per le toppe scure che spiccano sull’asfalto bruciato dal sole – dai sorrisi di chi ha tagliato il nastro sull’ultimo tratto di autostrada che porta allo Stretto.
Non ci saranno oggi altri addii né arrivederci, non vuoi guardare la costa che lasci né quella che vai a calpestare, ma rimani chiusa nel grembo di ferro della nave.  
Poi le Calabrie, di nuovo cantieri senza fine o nuove interruzioni, ma anche questi li conosci e non ti sorprendono.
A poco a poco è la luce ad abbandonarti, il sonno si fa strada ma non è ancora il momento: ci sono chilometri da percorrere e pacchi da disfare, gesti da compiere a notte fonda e altri da rimandare al mattino.
 
Una nuova alba, stavolta è la sveglia che ti chiama ma sai già cosa ti attende.
Non è solo il taxi davanti al portone, sono le parole del lavoro, ancora più inutili se non per chiudere la mente al pianto, è il treno che devi prendere e le medicine dimenticate, e poi cambiare treno e pensieri fino a destinazione.
Un sorriso ti accoglie con gli occhi tristi di chi non credevi di trovare ad attenderti. Non vi guardate – le lacrime salgono se ci provate – ma vi abbracciate nel silenzio denso, più forte – questo sì – di qualsiasi parola.
E poi il tempo corre, e ci sono parole di sorriso in un giorno di pianto, come spesso accade; silenzi di imbarazzo o di condivisione, piccole gioie che puntellano il dolore e gli impediscono di straripare, o forse è l’orgoglio e il dovere, chi lo sa.
Ci sono cose che non si possono dire ma che rimangono nel cuore di chi le ha provate, ce ne sono altre che vanno dette lì, ora, per non dimenticare. Per ricordare chi siamo, chi sei, chi è che ci ha lasciato e cosa non ci abbandonerà, malgrado il tempo.
Ci sono interruzioni non previste e che ti colgono di sorpresa, poi ti guardi indietro e ti dici che no, erano state annunciate in qualche modo, ma non ne hai colto i segni.
Ce ne sono altre che non puoi prevedere ma che poi si incastrano nella giornata: un treno fermo che parte giusto in tempo per consentire a qualcuno un ultimo saluto, una carezza, un bacio oppure no, si vedrà solo alla fine, ma almeno ci sarà il tempo per la scelta.
C’è un orario che passa, un negozio di fiori con la porta chiusa – ed era l’unica cosa che potevi fare per lui, l’unica che ti era stata chiesta, un mazzo di fiori colorati. Ma poi ne trovi un altro quando non ci speravi  e la porta è aperta, stavolta. Solo per caso, un fornitore che non trova la strada, un cliente che si attarda. O forse no, le coincidenze non esistono, ci sono solo sincronie, lo pensi e vedi un mazzo che è come lo vuoi, e l’uomo che te ne compone uno simile – non uguale, no, non esistono due fiori uguali, né due mazzi – lavora e non ti chiede perché hai scelto il colore, i girasoli, quelle gerbere screziate; le circonda di fil di ferro per aiutare il gambo a sostenerle e ti spiega che sono speciali perché hanno le punte arrotondate. Tu sorridi perché è amore che passa da quelle mani ai fiori recisi e messi insieme a creare armonia.
A lei che te l’ha chiesto piaceranno – te lo dicono i suoi occhi al tuo ritorno – e a lui che li riceve ad occhi chiusi faranno compagnia nel viaggio, l’ultimo, verso la terra natale.
“Non mi risveglio” l’aveva scritto solo qualche ora prima, come se lo sapesse che ormai dal sonno si sarebbe svegliato solo per pochi minuti, il tempo di congedarsi, di avvertire che stava andando altrove. 
Altrove, alla Casa del Padre, la sua meta non temuta ma attesa, preparata nei pensieri del mattino che solo ora si rivelano nella loro pienezza: “Non importa che ascoltiate, solo che – quando non ci sarò –  vi ricordiate un poco di come ho vissuto, o cercato di farlo”, diceva ai suoi figli. Se le parole non sono esatte, è quello il senso. Continuare ad essere qui, essendo altrove. Nel ricordo, nell’affetto, nelle parole scritte fitte fitte sulle pagine di un’agenda, nelle lettere strappate a un giornaletto: “Mi chiamo… chi amo?”.
E sono tanti gli altrove in cui essere allo stesso tempo: quello in cui devi  – lo dicono ragione e buonsenso – mentre il cuore ti spingerebbe via, quello dove le tue braccia stringono il vuoto e i tuoi occhi si offuscano per le lacrime, quelli dove il tuo stomaco si contrae o le orecchie ascoltano parole non dette – non più, almeno – ma vive nel ricordo. Quello in cui gli odori ti fanno stare dentro, ma che gli occhi ti mostrano lontano; o dove le gambe ti conducono mentre i piedi percorrono strade non tue.
L’addio, i saluti, i fiori legati con lo scotch, colore e amore a fare compagnia, un abbraccio e poche parole, niente cerimonie ma occhi che parlano di affetto troppo spesso messo a tacere da impegni, doveri o solo pigrizia. Promesse dette ma chissà se mantenute, non è cattiva volontà, solo fretta e cose da fare e da pensare, cose e non persone, per le persone il tempo ci sarà quando ci fermeremo, se non sarà troppo tardi.
Di nuovo via, di nuovo strade – asfalto e ferro, e legno, e vento che ti soffia tra i capelli e ti acceca per un istante – parole e incertezze e il pensiero ancora altrove, diviso tra chi hai lasciato indietro e chi ti aspetta al tuo arrivo, c’è ancora chi è rimasto a casa ad occuparsi del resto che scorre ancora, malgrado tutto.
Ma non sei sola, ora, e riempi il viaggio di parole, ritrovando piano perdute confidenze.   
Il treno si ferma, riparte, si ferma ancora.  Arriverai in tempo per la coincidenza o sarà ancora altrove che passerai la notte? Non lo saprai per ore,  legando speranza e timore al paesaggio che ti scorre accanto o ai luoghi di soste impreviste, stazioni sconosciute o spiazzi solitari.  
Corse ed attese, tramezzini in piedi e bagagli da sorvegliare, poi finalmente la certezza di ripartire presto. E parole, di nuovo, che si dilatano fino a che le frasi non si perdono nel cervello assonnato: ne cerchi il senso e non lo trovi più, ma non è giunto il momento di fermarsi in questo lungo giorno che scavalca domani.
Solo ore più tardi potrai chiudere la porta alle tue spalle, e finalmente abbandonarti al sonno.
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17 risposte a Cronache da più altrove

  1. bert67 ha detto:

    “Non importa che ascoltiate, solo che – quando non ci sarò – vi ricordiate un poco di come ho vissuto, o cercato di farlo”, diceva ai suoi figli. Se le parole non sono esatte, è quello il senso. ”

    Si, il senso dovrebbe proprio essere quello.
    Un abbraccio.
    Ciao Ricciolina-

  2. silvia67 ha detto:

    Un abbraccio ricciolina…

  3. riccionascosto ha detto:

    Bert, Silvia, grazie.

  4. didolasplendida ha detto:

    Una scomparsa porta con sé dolore ma anche lucidità
    trovo terribile dover restare lucidi anche in certi momenti
    ma purtroppo è così
    ti abbraccio sabri

  5. cybbolo ha detto:

    sai vestire il dolore sobriamente senza sminuirlo: grande dote di equilibrio e sensibilità.
    ciao

  6. riccionascosto ha detto:

    Didolasaggia, tu lo sai che è così. La lucidità è anche rimandare a dopo, scaglionare il dolore, per occuparsi di chi ne ha troppo dentro per controllarlo. (Ti abbraccio anch’io, Marisella)

    Cyb, non lo so se è equilibrio. Quello che so è che ciò che ho scritto dovevo farlo – e pubblicarlo – per tirarlo fuori, per vederlo come “altro” da me, pur essendo parte di me (non so spiegarlo bene, ma un po’ ha funzionato). Ciao

  7. Minervaa ha detto:

    a differenza dela felicità ,il dolore è difficile da condividere e ci fa sentire inadeguati .
    un abbraccio

  8. Gardenia ha detto:

    pensieri dolcissimi e un abbraccio stretto a ricciolina e alla sua sensibilità, g*

  9. riccionascosto ha detto:

    E’ vero, Minnie, succede spesso anche a me. Un abbraccio.

    Grazie,Gardenia.

  10. e.l.e.n.a. ha detto:

    un viaggio che è un percorso. fuori dai confini di tempo e spazio. e, alla fine, quell’abbandandonarsi al sonno come una tregua.
    sarebbe un bel racconto, non fosse che è reale. ma è un bel modo di dire gli affetti, gli accadimenti, la vita.

    un abbraccio grande.

  11. tippi ha detto:

    un abbraccio forte riccio

  12. riccionascosto ha detto:

    Tippi, forte, sì.

    E.l.e.n.a., tu lo sai bene, a volte raccontare è trovare una tregua nelle parole (oltre che fissare gli accadimenti e la vita, come dici tu). Un abbraccio grande.

  13. gilgamesh ha detto:

    Continuare a vivere nel ricordo di chi ci ha amato è quanto di meglio si possa sperare, dopo una vita resa degna di essere vissuta.

    E per chi crede che la consapevolezza sopravviva in qualche modo alla morte del corpo, una consolazione ulteriore.

    Abbracci anche da qui, triplici (uno molto piccino).

  14. riccionascosto ha detto:

    Bardo, un abbraccio circolare che vi prenda tutti e tre 🙂

    Una vita va, una vita viene.
    Ieri è nata Anna, sarebbe stata la prima nipotina di mio zio, che è morto qualche giorno prima di poterla vedere. Ma ne ha seguito la gestazione per nove mesi, guardando le sue manine crescere, il suo corpo formarsi nel grembo della mamma. E sono sicura che la vede bene, anche ora.
    (Ecco, Minnie, a proposito di gioie da condividere, questa è una, e bella grande) :)))

  15. Minervaa ha detto:

    mia figlia è nata a pochi giorni dalla morte del nonno (mio suocero) così come tante altre alternanze di vita e morte che mi è capitato d’incontrare nelle famiglie di tutti .
    bene arrivata ad Anna ;))

  16. kilo-climb ha detto:

    ohi riccio, bentrovata. 🙂

  17. riccionascosto ha detto:

    Anna è bellissima, Minnie, ho visto le sue foto, e la vita alterna le gioie ai dolori, per fortuna, sì. :))

    Ohi, Kilo, bentornato a te. Mancavi da un pezzo, sai? (Ora ci devi aggiornare; anche in privato, se non sul blog). 🙂

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