La rete

(parte seconda; la prima si trova qui)
 
Era una domenica di fine agosto, una di quelle giornate in cui le strade delle città sono ancora vuote di macchine e di rumori.
Quasi ogni mattina Maia si alzava presto per fare la sua passeggiata: un giro breve – mezz’ora appena – che serviva a svegliarla del tutto e prepararla alla giornata.
La domenica non faceva eccezione, non quel giorno almeno.
Si era svegliata all’alba con una sensazione strana. Un incubo probabilmente, ma non riusciva a ricordare, la mente era come ovattata. Per un po’ si era rigirata nel letto, tentando di riaddormentarsi; ci aveva infine rinunciato e, indossata qualcosa in fretta, si era chiusa alle spalle la porta di casa.  Camminare di solito la rilassava, rendeva la mente più lucida e attenta.
Uscì nella strada deserta, dove i lampioni ancora accesi sbiadivano al confronto della luce che si spandeva da est.
Riusciva a distinguere il suono dei suoi passi sull’asfalto, prima incerti sulla direzione, poi guidati dalla consuetudine. Meglio così, seguire un percorso noto avrebbe consentito alla mente di percorrere altre strade, nel frattempo.
Camminando, cercava di ricostruire il sogno interrotto per riallacciarne i nodi. Ricordava, però, solo rari frammenti: una porta, delle voci, la luce alle spalle del buio. Solo, non riusciva a vedere oltre.
 
Era immersa in questi pensieri quando inciampò. Non riusciva a capire su cosa: il marciapiedi sembrava sgombro perfino di quelle cacche di cane che così spesso si trovavano lì, vicino alla rete.
I suoi passi l’avevano condotta fin lì.
Ancora piegata per controllare eventuali danni, scorse qualcosa che, altrimenti, avrebbe ignorato. Nella rete da poco ricucita qualcuno stava allentando alcune maglie. Il buco non era ancora abbastanza grande da consentire un agevole passaggio e alcuni rami erano stati spostati in modo da nasconderlo almeno in parte, ma uno sguardo più attento lo rivelava senza alcun dubbio. Non era l’effetto di tempo e ruggine, ma di mani determinate.
A fare cosa, si chiese, ma in quel momento una cornacchia si levò gracchiando dal ramo di un albero lì vicino. Fece un giro, poi si posò accanto a una compagna dal lato opposto della strada. Nel volo, una penna si staccò, ondeggiando a spirale nell’aria fino a fermarsi davanti ai suoi piedi: si accorse di averla seguita con lo sguardo quando se la trovò tra le mani.
La mise in tasca, poi si affrettò verso casa.
 
La settimana trascorse nel solito tran tran; agosto era un periodo buono anche per il lavoro. La routine mattutina, poi alcune ore di calma, il pranzo leggero e – se non era troppo caldo – una passeggiata; poi pomeriggi pigri e serate tiepide in compagnia.
 
L’alba della domenica la sorprese di nuovo in veglia.
Si alzò lentamente per non fare rumore e si vestì in silenzio nella casa addormentata.
C’è un momento, uno solo, che segna il passaggio dalla notte al giorno. Nelle città questo è dato da un timer, che spegne tutte insieme le luci dei lampioni stradali. Fu quello l’attimo in cui mise i piedi fuori dal portone, anche se quasi non si accorse della differenza. Malgrado fosse sveglia da un pezzo, la sua mente vagava ancora nei confini del sogno, quel sogno così reale da sembrare quasi vero, quel sogno che l’aveva portata proprio…
 
Lì, dove si trovava. Era lì, davanti alla rete. Qualcuno, stavolta, ne aveva rigirato i lembi in modo da creare una specie di varco, sollevato da terra appena quel poco che occorreva per superarla con un balzo. Oltre lo spazio vuoto, l’erba pestata creava una specie di sentiero, che si inoltrava tra i rovi e poi spariva lì, in mezzo agli alberi. Lo seguì con lo sguardo fino a perderlo, sporgendosi quasi oltre lo strappo nel tentativo di vedere di più, ma non si poteva. Lasciò che i suoi occhi vagassero ancora qualche minuto, poi riprese il cammino verso casa.
 
Ma il pensiero era lì, e ogni volta che i suoi piedi la portavano lungo la rete rallentava il passo, cercando di distinguere al di là della recinzione segni dell’altrui passaggio. Sapeva ormai dov’erano i vari oggetti prima di vederli, ne controllava la posizione con la coda dell’occhio per trovare tracce di eventuali spostamenti, ma invano. Tutto ciò che riusciva a vedere erano i gatti che saltavano la rete con un balzo e poi si giravano a guardare i loro inseguitori, ringhianti ma impotenti, prima di allontanarsi ancheggiando con grazia.  
 
La rete popolava anche i suoi sogni. Qui però sembrava diversa, e ogni volta che vi si trovava di fronte riusciva a scorgere qualcosa di nuovo: un’apertura nascosta, impronte che l’attraversavano, il canto degli uccelli che sembrava quasi un richiamo e veniva proprio da lì, dal cuore del bosco. Le chiome degli alberi ondeggiavano nel vento e anche il rumore delle foglie sembrava sussurrare il suo nome. Non era possibile, lo sapeva; o forse sì, nei sogni tutto ha regole diverse.
 
Il risveglio portava con sé anche tracce del sogno, che a poco a poco la realtà del giorno sfilacciava, ma che tornavano a intrecciarsi la notte successiva, e quella ancora; ogni notte un passo avanti, ogni notte un dettaglio in più.
 
Appena il suo piede sinistro attraversò la rete per posarsi sul terreno erboso, si udì il crac di un ramo spezzato e poi, il silenzio. Gli uccelli avevano smesso di cantare all’improvviso ed anche il vento aveva trattenuto il respiro. Quando anche il destro fu oltre la rete, tutto si mise nuovamente in moto.
Sentì qualcosa strusciare contro le gambe; abbassando lo sguardo vide il grosso gatto grigio – il patriarca, l’aveva chiamato – premere ancora contro di lei, fare qualche passo e girarsi. Una direzione valeva l’altra, decise; tanto valeva seguirlo. Meno agile del gatto, fu costretta a farsi strada, talvolta fermandosi per staccare qualche spina dagli abiti. Allora la sua guida si sedeva a leccarsi una zampa, strofinandola poi sul muso, o spariva per qualche momento per tornare quasi subito a controllare i suoi progressi.
I rovi lasciarono il posto agli alberi. Non avrebbe mai pensato che il bosco fosse così grande; ci aveva corso intorno così tante volte, eppure camminava già da un po’ e intorno a lei non vedeva altro che alberi, cespugli e la coda del gatto che si muoveva tra di essi.
Cercando di non perderla di vista, non si accorse della radice che spuntava a qualche centimetro dal terreno e cadde. Subito si rialzò, spazzolando via le foglie dagli abiti e imprecando contro la sua sbadataggine, ma le parole si fermarono a mezz’aria: davanti a lei si apriva una radura, e nel suo mezzo una costruzione che non avrebbe dovuto esserci.
Il gatto si era arrampicato su un albero e la guardava.
Manca solo che scompaia lasciando baffi e sorriso – disse tra sé e sé – e che io mi ritrovi a fumare il narghilè con un bruco. Se già non l’ho fatto ed è questo il risultato…
Si avvicinò alla casa tentando di non fare rumore. Non che avesse poi molta importanza, dato che sembrava totalmente abbandonata: l’edera si era impossessata delle imposte chiuse, che ora si distinguevano a stento dalle pareti. La porta, invece, risaltava nitida contro quel muro verde. Pensava di averla già vista, ma non ricordava dove: era di certo un modello comune, anche se…
Sentì di nuovo qualcosa che le strusciava tra le gambe: guardò in basso, sicura di trovare il gatto, ma non c’era più. Andato.
La maniglia si abbassò docile sotto la sua mano, ma la porta non si aprì. Doveva essere chiusa a chiave, ma a questo punto non poteva tirarsi indietro. Cercò in tasca qualcosa per aprirla, ma sotto le dita sentì solo un oggetto: la penna della cornacchia, raccolta qualche giorno prima. È assurdo, si disse, pensando che si sarebbe spezzata all’interno della serratura, rendendo tutto ancora più difficile; ci provò lo stesso.
Quanto la porta si aprì, non ne fu neanche stupita.
Dentro la casa tutto era silenzioso e tranquillo, ma regnava una gran confusione. C’erano migliaia di oggetti sparsi ovunque: pile di libri a costruire scale e piramidi, fiori secchi che spuntavano da vasi improbabili, foto a tappezzare gli spazi liberi sulle pareti. C’erano anche molte credenze, con gli scaffali colmi degli oggetti più disparati: vecchie lampade, uova dorate, piume d’angelo, pentolini, pezzi di legno, pergamene e ogni sorta di cose. Alcune le parve di riconoscerle: un piccolo delfino azzurro, proprio uguale a uno che aveva portato a casa da un viaggio; un gabbiano inciso nel cristallo, una scatola di legno e madreperla. Oggetti comuni, ma che le ricordavano momenti del suo passato: alcuni felici, altri meno, ma tutti legati in qualche modo a ciò che era, o che era stata.
Uno in particolare catturò la sua attenzione, forse perché non ne aveva mai visto l’uguale: era una piccola chiave – o almeno le somigliava – e brillava lievemente, come se una luce fosse racchiusa al suo interno.
Mi piacerebbe vederla meglio pensò, e con sua grande sorpresa la vide staccarsi dal gancio su cui era appesa e volare verso di lei.
Tese la mano per prenderla e quella si poggiò sul palmo disteso, continuando a pulsare come in un saluto. Sembrava proprio una chiave, ma quali porte avrebbe spalancato?
“È tua, se la vuoi”. Sentì la voce alle sue spalle, ma era anche accanto a lei, e tutt’intorno. “Ma devi volerla”.
È mia, e la voglio, ripeté. Di nuovo, tutto sembrò fermarsi per un attimo, come a prendere nota del momento.
Poi fu tutto molto, troppo veloce. Gli oggetti intorno a lei sembravano perdere consistenza mentre la casa, prima buia e silenziosa, si riempiva di scricchiolii e la luce iniziò a filtrare. Foglie e rami fecero capolino dietro le pareti traslucide, e ben presto furono solo alberi, e cespugli e…
“È l’alba” disse la voce, poi tacque anch’essa.
 
Si sedette sul letto, la mano ancora contratta a stringere qualcosa; quando l’aprì, il palmo era vuoto. Eppure sentiva ancora la sensazione di calore, quel pulsare quieto e costante contro la sua pelle. Era sua, qualunque cosa fosse; e per quanto sembrasse assurdo, doveva tornare a prenderla. Lì, oltre la rete.
Non ora, però.  Muscoli doloranti e pelle graffiata le chiedevano tregua e la concesse, abbandonandosi a un sonno senza sogni.
 
Non fu la sveglia a destarla, qualche ora dopo.
Fu, senza alcun dubbio, il motore di una ruspa.
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10 risposte a La rete

  1. anonimo ha detto:

    Riccionascosto nel paese delle meraviglie, con lo stregatto che le fa da guida, entra alla fine nella casa della nonna, dove il lupo, invece di papparsela la rende consapevole dei suoi desideri… e di ciò che vuole.
    Chissà cosa sarebbe accaduto se la ruspa non avesse cominciato a “ruspare”?
    (la sorellona;)*

  2. riccionascosto ha detto:

    Ah, Sorellona, io non so neanche cosa è accaduto dopo che la ruspa ha cominciato a “ruspare”. Mica c’ero io, nel paese delle meraviglie 😉

  3. Effe ha detto:

    tutto questo potrebbe essere il sogno del gatto
    O della cornacchia
    O della ruspa (non ghettizzate le ruspe)
    I sogni non sono di chi li sogna, ma di chi ne ha bisogno

  4. cybbolo ha detto:

    invidia profonda: io al massimo sogno, come stanotte, un esame di matematica, e mi sveglio con la sudarella gelata…

  5. Petarda ha detto:

    me le son mangiate, la parte uno e la parte due, e alla fine rimango con la consapevolezza di voler difendere la radura e la casina da qualsiasi ruspa reale o mentale.

  6. riccionascosto ha detto:

    Le ruspe sognano chiavi elettriche, Herr? Potrebbe essere. (No, non ghettizzo le ruspe; e neanche le reti o le cornacchie)

    Cyb, di regola se mi ricordavo sogni, erano incubi (ah, è a quelli che ti riferivi?). Solo di recente sto imparando a ricordare anche sogni più piacevoli. Vedrai, ci riuscirai anche tu… 😉

    Pet, per la radura sarei d’accordo. Ma la casina, mica lo so se è mai esistita. Dici di sì?

  7. Petarda ha detto:

    secondo me sì: una volta aveva ospitato hansel e grethel…

  8. riccionascosto ha detto:

    Hansel e Grethel, Pet? E perché solo loro?
    Magari avrebbe potuto essere così:

    ———–
    Si avvicinò alla casa tentando di non fare rumore. Non che avesse poi molta importanza, dato il baccano che proveniva dal suo interno. Proprio rumore non si poteva dire, erano più versi di animali, e parole, e musica: “I sogni son desideri chiusi in fondo al cuor… ”
    Eccola là, e magari trovo pure l’arcolaio; così mi pungo il dito e non ci penso più.
    Era come se tutte le favole che aveva letto da bambina si fossero concentrate in quel bosco: le finestre della casa di marzapane su una torre altissima dalla quale pendevano delle trecce bionde – e non si vede neanche spuntare tra le chiome degli alberi si ripeteva, cercando di mantenere un barlume di lucidità – cespugli di rose che gocciolavano vernice cremisi, scarpette rosse poggiate su un banchetto dal quale spuntava anche un naso impertinente, una zucca enorme sulla quale zampettavano, allegri, topini di campagna…
    Riuscì ad avvicinarsi alla casa tanto da poter dare un’occhiata all’interno, dove regnava una gran confusione. C’erano passeri e fringuelli posati sui bracci del lampadario, sulla sommità dei mobili e ovunque fosse possibile poggiare le zampette; da un lato una scopa svolazzava, sollevando la polvere d’oro che continuava a traboccare da una grossa pentola, mentre sulla parete opposta tra gli scaffali della credenza si potevano osservare gli oggetti più disparati: vecchie lampade, uova dorate, piume d’angelo, pentolini colmi, pelli d’asino e ogni sorta di oggetti magici o solamente strani.
    Uno in particolare catturò la sua attenzione: era una piccola chiave, o almeno le somigliava, ma brillava lievemente, come se una luce fosse racchiusa al suo interno.
    Mi piacerebbe averla pensò, e con sua grande sorpresa la vide staccarsi dal gancio su cui era appesa e volare verso di lei. Nessun altro sembrava essersene accorto: gli uccelli continuavano a cantare, la scopa a spazzare e la giovane donna che si trovava all’interno della stanza sembrava impegnata a rimodellare un vecchio abito, appeso a un manichino. Magari ha sbagliato favola, si disse, ma in fondo tutte le favole sembravano essere lì, quindi aveva poca importanza.
    “E’ tua, se la vuoi”. Sentì la voce alle sue spalle, ma era anche accanto a lei, e tutt’intorno. “Ma devi volerla”.
    E’ mia, e la voglio ripeté. E di nuovo, tutto sembrò fermarsi per un attimo, come a prendere nota del momento.
    Poi fu tutto molto, troppo veloce. Gli uccelli sciamarono via dalle finestre, la scopa si poggiò, quieta, in un angolo, la musica si azzittì. Le finestre si chiusero, ma erano così sottili che si poteva guardare attraverso, e ben presto furono solo alberi, e cespugli e…
    “E’ l’alba” disse la voce, poi tacque anch’essa.
    ————-

    Chissà in quale modo è andata veramente…

  9. anonimo ha detto:

    Rileggendo questo pezzo modificato, non so perchè, m’è tornata a mente una fiaba che mi pare si intitolasse ” I musicanti di Brema “.
    Ma son ricordi vaghi.

    Otto

  10. riccionascosto ha detto:

    Otto, i musicanti di Brema me li ricordo vagamente anch’io (mi ricordo che c’era un asino che suonava il violino, e pure un pentolino da qualche parte, ma forse non era lui). Faceva parte di un libro: “Cinquanta novelle dei Fratelli Grimm” che quando ero piccola ho letto fin quasi a distruggerlo (ed è un librone). Poi una decina d’anni fa l’ho visto, nella vetrina di una libreria… e l’ho ricomprato. 🙂
    (Magari consulto e poi ti dico)

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