Venga a prendere un caffè da noi

Questo, l’invito che ho trovato qualche giorno fa, nella posta di splinder.

Il "da noi" è un accogliente blog-luogo di ritrovo, l’Osteria da Amalia, dalle pareti calde di acquarelli (quelli di Mario Bianco) e "cafferelli" (di Varasca). Sui tavoli, nella migliore tradizione dei caffè vecchia maniera, i giornali sono sostituiti da post-racconti, tutti in qualche modo legati al bar, alle vecchie osterie o, comunque, a luoghi di ritrovo dove ci si può sedere per mangiare, bere e chiacchierare.

Il mio rapporto con i bar – e i pub, in particolare – è sempre stato strano.
Astemia "per forza" (ho una fastidiosa ed asociale intolleranza all’alcool, che mi proibisce di berne anche un goccio, pena… no, ve lo risparmio), spesso in passato ho preferito restare a casa o fuori dal locale per evitare mal di testa da effluvi.
Una volta mi capitò – eravamo in Inghilterra, ricordo – di pacificare una discussione "calcistica" tra italiani e irlandesi prima che degenerasse in rissa. Eravamo in un campo scout (ma non lasciatevi ingannare, gli scout sono mica quelli delle barzellette…), all’interno del quale c’era anche un pub (solo per maggiorenni, mi raccomando! Gli inglesi ci tengono, ad avere l’età giusta per ubriacarsi). E proprio davanti a quello, un gruppo di irlandesi mi incontrò quella sera. Mi circondarono, allegramente (sospetto, dall’alito, a causa di qualche pinta di birra) trascinandomi con loro per offrirmi da bere come premio per la mediazione. Immaginate il loro sconforto quando ordinai… un’aranciata!
Mi guardarono quasi con pietà, poi uno mi battè una mano consolatoria sulla spalla e andarono via, in silenzio.

Uno sguardo che mi accompagna anche qui. L’altra sera, a cena in una tipica osteria romana (una delle poche rimaste), al mio ennesimo rifiuto di un bicchiere di vino, seguito dalla ormai necessaria spiegazione, un amico mi fa: "Certo, è una disgrazia non poter bere. Pensa a me, se mi negassero il vino, o la pasta…". Al che gli ho parlato della mia intolleranza al frumento (eggià). Risposta: "Sparati".

Ma divago, come al solito. Che stavo dicendo? Ah, sì, L’osteria di Amalia, licenza a tempo determinato – la saracinesca si abbasserà il 28 febbraio 2008 – di orasesta e cybbolo.  Se sui tavoli trovate delle tovaglie verdi e gialle, protette dal cellophane, sono le mie (riciclate, eggià, visto che le avevo già sprimacciate qui). Spero solo non stonino con l’arredamento.

 

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5 risposte a Venga a prendere un caffè da noi

  1. metallicafisica ha detto:

    Le signore per bene come lei, cara sorelona non frequentano i bar…

    questo per celia

    Il racconto riciclato è ancora più bello di come lo ricordassi. Gli occhi di castagna mi stanno ancora fissando****

  2. riccionascosto ha detto:

    MF: Le signore perbene (anzi, trés chic, come è scritto qui), anzi, a volte i bar li frequentano apposta.
    Ovviamente io non sono una signora perbene… 😉

    Per il racconto riciclato, grazie. Sì, a quegli occhi di castagna è difficile dire addio (pensa, qualcuna ha aspettato un figlio e vent’anni, per farlo. Altro che orario di chiusura, come scrive Cyb di là…)

  3. cybbolo ha detto:

    Grazie per il tam tam aggregativo.
    Le tue tovaglie non stonano affatto, anzi…
    Stavo giusto pensando che potresti postare anche qualcosa di altro su bicchieri o su tue idiosincrasie verso alcool e pasta, ché abbiamo anche una rubrica di menu gastronomici…
    con l’occasione, a mariuoleggio nel tuo territorio e mi scuso, dì alla tua sorellona che stiamo aspettando, ché è una colpevole bradipessa, ché manca con qualche sua foto o qualche suo resoconto o tutti e due…;-)

  4. riccionascosto ha detto:

    Cyb, non è che odi pasta e alcool, è che, specialmente per il secondo, non poZZo proprio…
    Quanto alla sorellona, mi sembra che alla fine abbia portato del Rabarbaro, in osteria (non quello da bere, però).

  5. metallicafisica ha detto:

    Io inviai due foto, di cui una molto zuccosa… ma non so se sono state servite al bar, forse non erano molto mature?:)*

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