Passeggiate

La mattina era grigia e fredda, il sole non riusciva a trapassare le nubi e la città era avvolta da un nastro d’ovatta, che si sfaldava piano al suo avvicinarsi.

Marisa infilò i piedi nudi nelle pantofole, strinse i lembi della vestaglia da uomo che le faceva da soprabito e uscì per strada.

Sentiva addosso gli sguardi della gente fermarsi sul cerchio bianco dei capelli, su in cima alla testa, mentre era un castano spento a circondarle il volto; scendere poi al turchino del pigiama e al soprabito troppo largo, giù fino alle caviglie ossute e alle pantofole di pelle screpolata.

Non sul suo viso, no. Nessuno la guardava mai negli occhi, a meno che non fosse lei a fare una domanda, ed era sempre la stessa: “L’avete visto, voi?”

Allora poteva scorgere la lotta tra imbarazzo e educazione nel guizzo degli occhi altri, che si puntavano nell’acqua dei suoi cercando di fermarvisi giusto per il tempo di un “No”.

Nessuno le chiedeva “chi” avrebbero dovuto vedere. Quelli che lo sapevano preferivano tacere e gli altri non tolleravano l’attesa nel suo sguardo un momento di più. Sul “no”, invece, il suo sguardo si spostava in avanti, cercando in un altro volto la risposta che non arrivava mai.

Quando camminava, Marisa lo faceva con gli occhi bassi, le mani a tormentare la lunga cinta del cappotto, i piedi trascinati nelle pantofole. Si infilava tra le macchine ogni volta che sentiva il rombo di un motore, ma poi era per strada che continuava la sua ricerca, mattina dopo mattina.

Le sembrava che le ore del giorno passassero prima, così in movimento. Ma le notti, quelle no, erano infinite.

Si rannicchiava in un angolo del letto troppo grande, le lenzuola fredde che a poco a poco prendevano il calore del suo corpo. Faceva finta che fosse solo quello lo spazio che le toccava, un muro di cuscini a dividerla dal vuoto e darle l’illusione di una presenza.

Ma questo non serviva a cullarla nel sonno; il ricordo di un fiato caldo accanto al suo era più forte di tutto. Della stanchezza cui si costringeva, camminando tutto il giorno in una vana ricerca; delle orecchie tese a percepire il minimo rumore, i passi sul pianerottolo che, volta per volta, proseguivano senza mai fermarsi. Più forte perfino del dolore e della paura di ciò che poteva essere capitato.

E stava sveglia, allora, seminando ricordi e camminandovi sopra in punta di piedi per cercare di capire quale fosse stato il momento, quand’è che Aldo aveva deciso di andar via.

Chi l’aveva visto diceva che si vedeva subito il suo cattivo carattere, dallo sguardo con cui sfidava, dal basso in alto, chiunque gli capitasse a tiro. Non che litigasse sul serio, no. Preferiva stare per conto suo, ma il suo sguardo e un lieve passo in avanti, come un accenno di attacco, mettevano gli altri sul chi vive.

Erano stati quello sguardo e quel passo a catturare lei. Vi aveva letto una richiesta, non una minaccia. E a quella aveva risposto, aprendo le porte della sua casa e del suo cuore.

Lo scambio era equo, in fondo. Lei voleva qualcuno da amare e di cui curarsi, lui voleva qualcuna che si curasse di lui. Così era stato, almeno per qualche tempo, con reciproca soddisfazione. Marisa vedeva gli sguardi di compatimento del portiere, o la disapprovazione della gente che incrociava per strada e che notava il contrasto tra la lucida perfezione di lui e l’opacità della donna che lo accompagnava. Li vedeva, ma non dava loro peso.

“Ad Aldo non importa, se non sono bella” si diceva, guardandosi passare nello specchio di una vetrina. Che ne sapevano, gli altri, della dolcezza di un risveglio in cui il suo sguardo trovava sempre occhi vigili ad accoglierla? O del calore di un corpo accanto al suo, che cacciava finalmente il freddo di notti solitarie? O delle quiete parole accanto a un piatto di minestra, orecchie pronte al racconto di una giornata insulsa, forse, per altri, ma finalmente la sua?

Le bastava, tutto ciò, per essere contenta. Ma non era così per Aldo. Non più, lo sentiva. Dopo i primi tempi, ora ogni volta che stavano fuori, in mezzo alla gente, lui tendeva ad allontanarsi come se la sua vicinanza le desse fastidio, o non volesse far sapere che stavano insieme. Se lei provava ad andargli accanto, lui si ritraeva di scatto e per le prime volte vedeva, nel suo sguardo, quell’accenno di minaccia che gli altri temevano.

Cominciarono così ad andare separati. Lui qualche passo avanti, lei lo seguiva docilmente, assecondandone i capricci e gli improvvisi cambi di direzione.

Presto neanche questa distanza sembrò bastargli. Allungava il passo per quanto gli consentisse la sua statura, l’aspettava solo se costretto e poi quasi correva via, indispettito dall’attesa.

Marisa lo seguiva ugualmente, paga ancora dei momenti in cui, chiusa la porta di casa, lui tornava ad essere il compagno delle sue notti.

Poi iniziò a notare come gli occhi di Aldo non la seguissero più, neanche nella quiete della loro casa. Lo sguardo, prima attento, era sempre più spesso rivolto verso la porta, una via di fuga che gli sembrava negata. I suoi passi lo portavano spesso lì, davanti alla porta d’ingresso; sobbalzava al richiamo di lei, come se lo distogliesse da pensieri lontani.

Non litigavano, no. Alle sue richieste di chiarimenti, Aldo opponeva un ostinato silenzio. La guardava come se le sue accuse fossero un pazzesco equivoco, ma i suoi occhi subito si staccavano da lei e seguivano altre strade.

Fu durante uno di quei monologhi tristi che Marisa, irritata e stanca, gli disse in faccia: “Quella è la porta, se vuoi. Non ti trattengo”. E per dare forza alle sue parole, l’aprì davvero.

Aldo la guardò per un attimo, come per valutare se crederle o meno. Poi si voltò e uscì.

“Tornerà. Lo fa sempre” pensava Marisa preparando la cena. Pensò lo stesso l’indomani, e ancora il giorno dopo. Poi non lo pensò più e cominciò a cercarlo per strada, e a chiedere, senza mai una risposta.

A pochi chilometri di distanza, Aldo osservava, distratto, una donna che camminava poco avanti a lui. La vide fermarsi, chinarsi a raccogliere qualcosa, poi avviarsi di nuovo. Un cane le caracollava accanto e lei ogni tanto si chinava ad accarezzarne la testa.

Si fermò un poco a guardarli mentre si rimpicciolivano in distanza. Poi tornò a leccarsi il pelo e, terminata la toletta, riprese la sua strada.

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12 risposte a Passeggiate

  1. Flounder ha detto:

    sei di una cattiveria senza pietà.

    con noi lettori, intendo. 😀

  2. metallicafisica ha detto:

    “Tornerà. Lo fa sempre”….

    è una frase che conosco… ho un’amica che lo dice sempre…

    A volte non ritornano, Sab e di lunedì questo post è veramente spietato! :)***

  3. silvia67 ha detto:

    Sempre splendida da leggere, ma davvero colmo di tristezza e solitudine questo racconto! Per fortuna che c’è il sole stamane 😉

  4. riccionascosto ha detto:

    Nel senso che vi faccio leggere monnezza, Flo’? 😉
    No, forse sto solo rinunciando al lieto fine (per quanto, ho visto Aldo e mi sembra molto tranquillo).

    Sorellona, anche tu mi accusi di essere spietata? Ma no, c’est la vie (nel bene e nel male)

    Silvia, grazie come sempre. 🙂
    (qui invece si è volto al grigio. Sarà quello?)

  5. Flounder ha detto:

    ma nooooo.
    è che io mi pongo a leggere seria seria, mi compenetro del fatto. poi siccome soffro di ansia anticipatoria, mentre proseguo mi faccio mille congetture e cerco di immaginarmi un finale.
    e poi ci resto spiazzata. 🙂

  6. metallicafisica ha detto:

    più che spietata, impietosa…. ma io vedo scuro… lo sai:)***

  7. Effe ha detto:

    fellona!
    Non si gioca con le lagrime dei lettori

  8. giorgioflavio ha detto:

    Concordo con l’Immaginifico. E aggiungo per sovrammercato che molti la guarderanno in cagnesco, dopo queste “passeggiate”. C’è modo e modo, andiamo, per ricordare all’incauto passante che la vita da cani non è prerogativa di scodinzolanti quadrupedi. Ha ragione la venerata FtW: lei è spietata, con le nostre animucce candide di lettori. A ‘sto punto, la necessità di quel massaggio si fa vieppiù urgente…

  9. riccionascosto ha detto:

    Flo’, è quello che faccio pure io. Ma è il finale che a volte decide di (s)piazzarsi da sé.

    Sorellona, dai, oggi è martedì e sono sicura che c’è il sole (c’è sempre, da qualche parte). Così magari vedrai più chiaro.

    Lagrime? Le sue, Herr? Se le vedessi, le metterei in una boccetta (sicuro miracolo).

    Messer Giorgioflavio, se ci fosse mai una volta in cui lei NON è d’accordo con l’Immaginifico, sarei costretta a raddoppiare le grida al miracolo. (Per il massaggio no, la signora mi ha detto che non riceve per appuntamento)

  10. metallicafisica ha detto:

    oggi invece è giovedì, nuvole silenziose da queste parti…

    Vi abbiamo trasmesso il meteometa:)***

  11. riccionascosto ha detto:

    Oggi è mercoledì, veramente. Lo vedi che anticipi i tempi? 😉

  12. metallicafisica ha detto:

    occacchio:))))) E? Ermy, lo sai…***

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