Fughe di parole

E’ una primavera strana, questa.
Una primavera indecisa, che alterna giorni bellissimi a mattine quasi autunnali, nuvole che si rincorrono e litigano nel cielo, vento dispettoso e freddo.
Una primavera pigra, che la mattina, anziché invitarti alla sveglia come in quella vecchia canzone, ti fa girare di lato e desiderare di continuare a dormire.
Una primavera triste, di cieli grigi e orizzonti incerti.
 
Quando il tempo cambia troppo spesso, accade che ci si raffreddi.
In questa primavera, come scrive di sé Hanging Rock, si sono ammalate le parole.
La verità è che la parola si ammala, si ammala come il tempo, come tutto. A volte si ammala di semplice raffreddore, o di febbre, o di allergia a certi discorsi. Nei casi più gravi può ammalarsi di tumore, producendo metastasi di frasi avvelenate o senza senso; di immunodeficienza, che la rende vulnerabile a qualunque pensiero infettivo; del morbo di alzheimer, con un declino progressivo delle funzioni intellettive e della memoria, con alterazioni della personalità e del comportamento.
La verità è anche che la parola è un muscolo: va nutrita, va allenata, va mantenuta, va anche accarezzata. Ché ha molto da derivare da se stessa, ma mai per sé, e mai da sola
.
”  
 
Le parole di alcuni (e non serve linkarli) hanno preso il volo, o sono fuggite verso altri lidi da cui, si spera, torneranno. Forse un po’ cambiate, ma riconoscibili.
Altre si rintanano in casa, aspettando che il tempo sia migliore per fare capolino.
Alle mie ho avvolto una sciarpa intorno al collo, sperando che prima o poi tornino a cantare, allegre.
Mentre le attendo cerco, insieme a loro, di riscoprire le sfumature dei silenzi (*).
Ché forse, almeno loro, mi diranno qualcosa.
(*) e perdonate le autocitazioni. Ma qui, per risparmiare, si riciclano parole. E silenzi, anche.
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7 risposte a Fughe di parole

  1. anonimo ha detto:

    Come si chiama sorellò, il medico delle parole? Paroliere? No, quello fa cantare. Parolista? Par olo? No, quello è un vino scritto male:)
    Parolaio? Quello è shakespeariano… BOH?
    Parole soltanto parole… cantavano Mina e il Lupo… Ma ogni tanto anche qualche fatterello…***

  2. riccionascosto ha detto:

    Come si chiama non lo so… credo che il medico delle parole, alla fine, siamo noi stessi (e le parole possono anche essere una medicina, oltre che un veleno).
    Forse il medico delle parole si chiama solo comunicazione…

    E sì, anche qualche fatterello (non in senso di sballato, eh) 😉

  3. aitan ha detto:

    a Napoli ‘o parulano è il fruttivendolo ambulante (lo si trove citato anche nella Tammurriata Nera), per il tipico modo di fare promozione ai suoi prodotti a voce alta, da muezzin

  4. riccionascosto ha detto:

    A Palermo non lo so se il fruttivendolo ambulante ha un nome particolare (certe volte – anzi, spesso – vorrei conoscere meglio il nostro dialetto) ma quello che dici tu (gridare, a volte salmodiare, per pubblicizzare il prodotto) si chiama abbanniari

  5. varasca ha detto:

    … non sarà “verbologo”? tipo laureato in verbologia clinica, tesi sulle epidemie memiche a scoppio ritardato e altre virologie delle vie comunicatorie, tutta quella roba complessa là…
    chissà che batosta anche solo una visita da uno così; forse è meglio curarsi da soli, pure stando zitti 🙂

  6. riccionascosto ha detto:

    “Verbologo”?
    Può darsi (mi sembra come il vulcanologo, uno che più che alle stasi, sta attento alle esplosioni)
    Sì, forse è meglio curarsi da soli… 😉

  7. anonimo ha detto:

    Il primo non so quando ha cominciato. Forse ieri mattina, forse due notti fa, mentre la spazzatura bruciava in mille fuochi segnaletici che disegnavano il profilo della città dall’altra costa (la città s’è presa invidia di Napoli, e c’è un odore di Napoli, una nostalgia del fuoco e dell’orrore che si avverte chiaramente ad ogni angolo di strada).
    Insomma, quello ha preso un coltello, o qualcosa di affilato, è salito in cima un cassonetto, una catasta di cassette di frutta o un lampione e se n’è tagliato un pezzo.
    “Hanno detto che cominceranno da qui – ha spiegato quando qualcuno l’ha visto – e allora io mi piglio questo pezzo”. E ha tagliato, senza troppa precisione, un quadrato di Stretto, affondando bene la lama nell’aria fitta, attraverso la caligine marina, le scie grasse delle navi bianche che, per lo scirocco, filano sotto costa, caute, scuotendosi i fianchi per dolori invisibili. Se l’è messo sottobraccio, e s’è avviato verso qualche condominio occhiuto scavato nella collina, o qualche baracca sotto il cavalcavia, o qualche villetta schierata lungo l’osso dell’autostrada. Ha lasciato un foro quadrato, nero nero, giusto al centro.
    Da allora è stato un assalto.
    Arrivano con coltelli, mannaie, temperini. Ognuno se ne taglia un pezzo: “E perché dovremmo lasciarglielo a loro?” si dicono l’un l’altro, annuendo con forza. Intendono i signori degli espropri e dello sbancamento che faranno il Ponte, il ponte delle Due Mafie, con piedi di cemento visibili dal satellite, e profondi fino alla bocca di Cariddi. Enorme come certe bugie grandi quanto dirigibili, paesi o isole intere. Ma le bugie cominciano sempre da qualche parte, e se guardi all’inizio, nel gambo delle bugie, c’è sempre qualcosa di rotto, di sbreccato, di rovinato.
    E qui siamo abituati a non lasciare niente. Siamo cavallette sfortunate, formiche rosse piene di fame, affamati per storia, indole e genetica.
    Così, c’abbiamo dato dentro di coltello, mannaia, temperino. Pure forbici, e persino forcine: pezzetti minuscoli di Stretto che brillavano come stelle marine, e si potevano mettere fra i capelli. Lavoravamo tutti con impegno, staccando questo e quello. Le finestre di Villa Sam Giovanni, che in certi giorni le puoi aprire da qui, o sbirciare nelle case. Gl’incendi sulla dorsale, le ginocchia azzurre della Calabria immerse nell’acqua. Il muro abbagliante d’un complesso penitenziario, sopra Catona, che però si chiama “Conca d’oro”. L’antenna solitaria del pilone, che gratta i cieli e sbriciola le stelle da sotto. Ognuno si staccava quello che voleva. Io ero incerta tra un garofalo che s’era aperto proprio lì davanti – un fiore di mare con petali d’insidia, quando le correnti di Ionio e Tirreno (che hanno un sale diverso e vecchi rancori) si scontrano – e un giro di gabbiani attorno all’albero d’una nave, coi loro stridi preistorici.
    Non c’è voluto molto: dopo un paio d’ore sono arrivati i picciotti con trinciatoi e motoseghe, zappe e picconi, e i camion dei clan ch’erano già pronti per il movimento terra. Hanno cominciato le demolizioni da Capo Peloro, lavorando con metodo, nemmeno fossero le imprese dello Stato.
    Alle nove di stasera non ce ne sarà rimasto per nessuno.
    E sai quanto ti costerà, un pezzettino di Stretto, al mercato nero?

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