Tutta colpa del cespuglio

Lo so, lo sento.
Quello che è accaduto ieri non è stato un caso, ma tutta colpa del Grande Cespuglio, in visita ieri (e anche oggi) nella capitale.

Già ieri mattina le prime avvisaglie, vigili in giro, macchine della polizia onnipresenti. Verso le 11.30 mi tocca uscire dall’ufficio e tornare a casa, dov’è prevista una lettura di contatori (stavolta quelli del riscaldamento, per cui la presenza è indispensabile).
Sul lungotevere davanti al S. Spirito, una serie di MP3 (che non sono file audio, ma i nuovi scooteroni a tre ruote) rossi e strombazzanti, cavalcati da coppie di poliziotti, si fanno strada nel traffico, e me ne trovo uno alle spalle che mi costringe a  salire sul marciapiede – io, ferma al semaforo – per fargli strada.
Arrivati all’imbocco della salita del Gianicolo, una brutta sorpresa: la strada è bloccata, tocca fare un giro largo per arrivare a casa. Ed è la prima.

Per evitare ulteriori deviazioni, una volta salutata la gentile "controllora", ho deciso che per tornare in ufficio era meglio prendere il tram. Almeno quello non può deviarlo, il percorso. Così, armata di impermeabile e ombrello, cammino per una decina di minuti fino alla fermata, dove prendo il tram al volo. Non faccio in tempo a rallegrarmi per la mia scelta che, arrivati al lungotevere, il conducente ferma il tram, annunciandoci che  – a causa della rottura di un mezzo poco più avanti – non può proseguire.
Poco male, siamo quasi al capolinea e devo aggiungere solo dieci minuti alla passeggiata già  programmata tra capolinea e ufficio. Ed è la seconda.

All’uscita dall’ufficio, mi dirigo di nuovo al capolinea per prendere il tram di ritorno. Una pioggerellina sottile mi consiglia di aprire l’ombrello, ma almeno non suderò come è successo prima.  Arrivata lì, un dipendente dell’ATAC ci orienta verso autobus sostitutivi. Sembra ci sia stata ancora la rottura di qualche mezzo (o forse lo stesso di tre ore prima?). Insomma, saliamo sul bus e dopo un po’, finalmente, il mezzo stracolmo – la cui capienza è nettamente inferiore a quella del tram, così come la frequenza – parte. Il percorso dovrebbe essere più o meno lo stesso del tram, i tempi più lunghi. Pazienza, per fortuna ho un libro a farmi compagnia. A un certo punto, il conducente ci annuncia che – contrariamente a quanto lui stesso sapeva – non proseguirà fino al capolinea. Sembra che da quel punto in poi il tram funzioni di nuovo. Intanto ci fa scendere, poi prenderemo il mezzo. Sì, ma quale?
Per non aspettare ancora (e poi magari capitare in un tram superaffollato) decido di tornare a casa a piedi, dove finalmente arrivo, dopo mezz’ora/tre quarti d’ora di strada e – lo scoprirò dopo – un calzino bucato. Ed è la terza.

E meno male che venerdì 13 è oggi (e non sono neanche superstiziosa)!

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5 risposte a Tutta colpa del cespuglio

  1. anonimo ha detto:

    Anche il mio compagno ha guardato parecchi episodi con me, ed è stato interessante constatare che, a parte la convinzione che siano sceneggiature brillanti, ben scritte e ben recitate, praticamente non eravamo d’accordo su niente.
    Pensa che ha pure tentato di giustificare Big. E lui, sottolineo, non ha nulla del Bastard Inside: è più un incrocio (felice) tra Smith Jerrod (le spalle e la devozione), Aidan (la dolcezza) e Berger (l’ironia). Però non poteva esimersi. E m’ha detto (citando una battuta testuale del Big) : epperò, lei quel matrimonio l’ha proprio reso un circo…
    Un circo? ho risposto io. Un circo? Ma con quello che le aveva fatto passare negli anni precedenti avrebbe dovuto mordersi la lingua e sopportare pure i cavalli degli Orfei e le barzellette di Berlusconi, se lei avesse ritenuto così. Altroché.
    Senza contare che appena tre anni prima, il Bastardo era convolato a ingiustissime nozze con la pulzella Natasha, esibendosi in una perfetta performance equestre, con tanto di ricevimento al Plaza e annunci sui giornali e parapà e parapò.

    cozzaandthecity
    utente anonimo

  2. anonimo ha detto:

    Il pittore s’apposta nel vicolo, e coglie la donna mentre passa con le sporte. Non è una donna rassegnata, nasconde una qualità combattiva che non le consente di chinare del tutto le spalle. C’è un discorso sottinteso i cui contrappunti sono il battere ritmico delle borse, le nuca impercettibilmente tesa, la borsa a tracolla, di traverso sulla spalla. C’è qualcosa di irredimibile, nella donna. Il suo sguardo, che s’intuisce aperto e lontano, anche se la donna è di spalle.
    Il pittore la cattura sul foglio, con gesti rapidi. Le dà un prugna arancio, come i frutti della sporta, come le misteriose semine che la donna persegue, sotto la rassegnazione.
    La donna sparisce di colpo dalla strada. Non resta nulla, nemmeno il fruscìo delle suole.

    cozzaandthecity

  3. metallicafisica ha detto:

    E dire che dal titolo pensavo avessi citato la mia “testona”:)***

  4. riccionascosto ha detto:

    Ma figurati, sorellona!

    Piuttosto, sei andata ancora dal giardiniere? 😉

  5. anonimo ha detto:

    Appena ha saputo che stavamo arrivando, la libreria è rispuntata dal fianco della roccia. Ha messo fuori un’insegna, ha allargato due vetrine, una soglia di pietra, ha aperto con cura cigolante un cancelletto di ferro battuto, quasi fosse un frontespizio. Quando siamo arrivati sul corso di Lipari, la Libreria delle Necessità era ancora lì, come se ci fosse stata da sempre. Solo l’insegna era cambiata: adesso diceva, con le stesse lettere composte, “Libreria del Desiderio”.
    Siamo entrati con timore, reverenza e un solletico appena alla punta del cuore: cosa avremmo trovato, stavolta? Di solito usciamo da lì ubriachi, con le braccia cariche di libri che non sapevamo, ma c’aspettavano, o che non lo sapevano loro, ma noi li stavamo aspettando, o che lo sapevamo tutti e due, ed era solo questione di tempo. La libreria passa giorni e mesi a scriverseli, quei libri. Ce li prende da dentro, dalle riserve nascoste di sogni, idee, ricordi nemmeno tutti nostri.

    cozzaandthecity

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