Random

Ho messo su le cuffie, stamattina, per ascoltare un po’ di musica mentre lavoro. Mi isola da un rumore molesto che viene da fuori (un condizionatore, forse, dal cortile interno. Non ci sarà più suono di fisarmonica, sotto le mie finestre, e non credo di averci guadagnato).
Metto sempre in funzione la selezione casuale, mi piace non sapere cosa verrà dopo.
 
Una volta avevo due cassette di John Denver nel walkman, le ascoltavo fino alla nausea (abitavo in un pensionato di suore, c’era poco da fare la sera dopo il coprifuoco – le 22.30 –  e a me piace ascoltare musica mentre leggo) e ne conoscevo a memoria la sequenza, anche se ora non la ricordo.
Una delle mie compagne di stanza – eravamo in tre, non molta privacy lì dentro – mi chiese il walkman per ascoltare la radio; glielo prestai.
Si mise affacciata alla finestra con il walkman sul davanzale; un movimento brusco, e il walkman volò giù dalla finestra.
Quando le chiesi come mai si era messa lì, mi rispose che stava ascoltando "Il pipistrello"! (e questo avrebbe dovuto spiegare tutto, immagino).
Ma forse l’ho già raccontata, questa storia.
 
Le giornate scorrono lente, anche se intorno c’è agitazione; è difficile capire qual è la giusta direzione in cui muoversi, specie quando ci sono bruschi capovolgimenti.
Forse dovrei mettermi a testa in giù, per vedere tutto con maggiore chiarezza.
Ma preferisco sedermi e lasciar scorrere il tutto.
Se passa qualche cadavere vi avverto.
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16 risposte a Random

  1. metallicafisica ha detto:

    Non me la ricordavo questa storia, ma credo che la fine giusta di una cassetta con John Denver inciso sia quella:)*

    Posso sedermi con te, su quella riva? Anche io aspetto un cadavere :)))*

  2. riccionascosto ha detto:

    La cassetta l’ho poi recuperata (e anche il walkman) grazie a una ragazza che si prestò a fare una passeggiata sulla tettoia del piano di sotto. E John Denver non la meritava, una fine così. (Lo sai che in fatto di musica non abbiamo gli stessi gusti, vivaddio).

    Io non aspetto nessun cadavere, comunque (non mi sembra neanche di avere nemici). E’ solo che sono giorni in cui tutto quello cui si era abituati è in cambiamento… e da brava cancerina io, ai cambiamenti, sono allergica.

  3. metallicafisica ha detto:

    Se ti riferisci a come è morto sono d’accordissimo ma sulla cassetta, meno:) e sì, vivaddio che siam diversi, noi (?) umani.

    sul punto due, mettiamola così: se vedi il mio di cadavere (quello che aspetto io, dico che non necessariamente deve essere di un nemico), avvertimi tu;-)*

  4. varasca ha detto:

    vivaddio, volevo giusto aggiungere che ti sono vicino nell’ascolto casuale, meno nei passatempi a bordo fiume :-))

  5. riccionascosto ha detto:

    Passatempi a bordo fiume?
    No, l’ho detto già a Metalla… io non aspetto nessun cadavere (sono loro, si dice, che passano di là).
    E’ solo che i cambiamenti che mi stanno avvenendo intorno non dipendono da me. Allora mi fermo e aspetto…
    (ma tu, Varasca, sei d’accordo sul random in generale, o anche su John Denver?)

  6. varasca ha detto:

    sull’ascolto random delle mie musiche; su J.D. un po’ meno, come genere, benché, avendone conosciuti alcuni brani grazie alla mia sorellona, questi riescano tutt’ora a farsi canticchiare con affetto 🙂

  7. riccionascosto ha detto:

    Bon, alors, io non è che ami JD tout court. Anche con la musica vado a periodi (in quello, erano più che altro lui, James Taylor, Simon & Garfunkel). Però credo che non si possa negare la bellezza di brani come “Annie’s song”, “Leaving on a jetplane” o uno dei miei preferiti, “Perhaps”. Checché ne pensi la sorellona 😉

  8. varasca ha detto:

    e ma scusa! e jim croce? non lo bazzicavi mica, jim croce?!? 😉

  9. riccionascosto ha detto:

    Confesso di no, non ci avevano presentati.
    Al massimo, Cat Stevens.
    (e poi Pino Daniele, Edoardo Bennato, De Andrè, Guccini, De Gregori… era un periodo in cui cantare, soprattutto, mi faceva compagnia).

  10. anonimo ha detto:

    La paura sta raggomitolata nel suo spazio. Ma per fortuna esistono appositi porta-paura, dappertutto. Quelli da viaggio, per esempio. Dalla notte prima – del viaggio – e a volte prima ancora, si aprono automaticamente, e lasciano uscire incubi, aerei caduti che volano con l’ala rotta nel corridoio, scheletri, valigie rubate, strade dal nome incomprensibile, malattie tropicali, metropolitane bloccate, tassisti di Lisbona, rapinatori col coltello.
    Il porta-paura da viaggio è come un bagaglio a mano, e si può comodamente portare con sé. Però spesso non vale la pena: le paure da viaggio di solito finiscono alla partenza, e si corre il rischio di trascinarsi appresso un porta-paura perfettamente vuoto.
    Le paure più comode stanno in un taschino, sono sottili come un carta di credito: paura di finire i soldi, di cadere sul marciapiede, di mettere il piede su una cacca di cane. Ma quelle le perdi subito, o scadono, se non le usi entro una certa data.
    Le paure da ufficio si possono mettere nell’armadietto, ma solo se la serratura funziona: quelli del turno di notte rubano tutto. La più voluminosa, però, a volte non entra nemmeno lì, e tocca lasciarla in garage, con l’antifurto: la paura di non farcela. La paura d’avere sbagliato lavoro, che dopo vent’anni è molto più grande, conviene gonfiarla dall’apposito beccuccio, e lasciarla ondeggiare fuori dalla finestra. Nei giorni di scirocco, però, può volare via.
    I porta-paure da passeggio sono anche molto eleganti: di pelle, di camoscio, di nabuk. La paura di non essere abbastanza bella, abbastanza femmina, abbastanza sicura, abbastanza alla moda.
    La paura della notte non conviene metterla in un porta-paura, primo perché in genere sei a casa, e puoi pure lasciarla ai piedi del letto, o al limite sul balcone, se fa troppo rumore o ha bisogno di bere o fare pipì; secondo, perché ancora non ne hanno inventati di così grandi. Non fidatevi, di quelli che dicono: i nostri porta-paura possono portare qualsiasi paura. Non è vero.

    cozzaandthecity

  11. riccionascosto ha detto:

    Mi è semblato di vedere un gatto…

  12. Credo che fermarsi e aspettare sia salvifico, qualche volta.
    Come mettersi a lato delle cose, fuori dagli incroci.

  13. riccionascosto ha detto:

    A volte sì, Col.
    A volte però non è una nostra scelta, perché non siamo noi a prendere la decisione finale, ma dipendiamo dagli altri. E quindi, aspettare è l’unica cosa che possiamo fare. In quei casi, è accettare l’attesa che ci salva.

  14. Sì, accettare l’attesa trattenendola al di qua dell’aspettativa…

  15. anonimo ha detto:

    Dio aveva smarrito un bosone. Gli era caduto dalle mani malferme, una notte ch’era troppo stanco o aveva esagerato con la Malvasia. Lo cercava dappertutto, ché il rischio era che loro trovassero gli uomini, che hanno talento per trovare cose che non sanno usare, e magari si fanno pure male.
    Il bosone, che era rotondo e liscio, era scivolato dal polsino di Dio ed era caduto esattamente nel centro dello Stretto, in un punto imprecisato d’una notte estiva. Lo Stretto da millenni inghiottiva di tutto, e non gl’aveva fatto impressione: era più preoccupato per le aste di metallo che gli ingegneri delle misurazioni gli stavano drizzando vicino a Capo Peloro, dove doveva posarsi uno dei pilastri di cemento del Ponte.
    Era stato irrequieto tutta l’estate, lo Stretto, perché sentiva – pur nel torpore solito che avvolgeva le anime sulle due sponde, come un turbante di scirocco – che c’era preoccupazione, e incertezza, e brividi di diversa natura che lui, che mica guardava i telegiornali, non poteva decifrare appieno. Non era per il Ponte, beninteso: la gente si bagnava con costumi rattoppati e sogni mortificati d’ogni genere, che lo Stretto tentava di contrastare producendo correnti geometriche e alternate, giochi d’acqua, flussi salini. Un metro caldo e un metro freddo, a fasce a onde a scacchiera: le acque erano un miracolo di costruzione ed estro, e avevano lo stesso potere consolatorio di sempre. Alla faccia del bosone, che aveva ritirato le ali e s’era adagiato sotto una foresta di Gorgonie gialle e rosse particolarmente irrequiete, che s’agitavano tutto il giorno secondo i flussi montanti e scendenti. D’altronde, le acque sanno tutto, nella misteriosa circolazione planetaria di informazioni e sali minerali: sapevano degli orsi naufraghi verso Nord, dei ghiacci sciolti che portavano messaggi confusi e un tantino disperati fino ai barracuda dell’oceano, delle coste sbriciolate che tornavano sabbia, intenzioni, brodo primordiale.
    Qualcuno però lo sospettava, che un bosone fosse smarrito da qualche parte: la distrazione di Dio era leggendaria. Dopotutto, non aveva dimenticato un sacco di avanzi in giro per il mondo (armi da fuoco, scherzi da prete, ornitorinchi, Calderoli, leptoni, odi tribali, dittature, gravitoni, siccità, pestilenze, varietà del sabato sera)? Lo cercavano da ogni parte, compreso un tunnel sotterraneo dalle parti di Ginevra pieno di correnti d’aria e con un gran puzzo di gomma bruciata.
    “Tsè” disse Dio, che non aveva mai avuto simpatia per gli svizzeri e nemmeno gli piaceva l’emmenthal (ma i buchi sì). Ma all’ora convenuta pure lui si piazzò davanti alla Cnn per vedere l’esperimento: quando parlavano di lui in tivù si compiaceva sempre.
    Il bosone, intanto, guardava la pancia delle navi e s’aggiustava nella sabbia del fondale. Si sentiva in vacanza.

    cozzaandthecity

  16. riccionascosto ha detto:

    Non è facile quello che dici, Col (perché di aspettative, mentre attendiamo, ne abbiamo sempre; si attende solo per qualcosa che, secondo noi, vale)

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