Gira la ruota

Gira, la ruota.
Falla girare più forte… sì, come in quella trasmissione tv.
No, non quella, quell’altra, dove ogni numero indica un gioco improbabile che poi dovrai giocare.
O come al luna park, dove ci sono premi e penitenze.
Oppure entraci dentro e gira anche tu, finché la distanza non ti lascerà vedere le cose più chiaramente.
Dall’alto tutto sembra più piccolo, quasi un gioco.
Prendi una lettera, poi un’altra, tessere di scarabeo che devi tentare di comporre per dare un senso a tutto.
Non ci riesci? No, non ancora.
Compra una vocale: A, dove tutto comincia.
A come Amore, A come Adamo.
Un uomo di fango, che si scioglie sotto la pioggia.
E come Estate, E come Eva.
Di fango anch’essa, ma con l’anima d’osso.
Sarà questo che le impedisce di sciogliersi quando arriva il temporale; resiste, almeno in parte non si arrende.
I è l’Inizio, ma anche un Incidente.
L’uno risplende in un gioco di specchi, l’altro riflette cocci e spaccature.
O, un’Occasione mancata o l’Orco delle favole?  
Entrambi, forse; se una non riesci a coglierla, potresti imbatterti nell’altro, e son dolori.
U, l’ultima volta.
Quella che speri di rimandare a lungo.
E dopo, la ruota non girerà più.
Annunci
Questa voce è stata pubblicata in ammatula. Contrassegna il permalink.

17 risposte a Gira la ruota

  1. anonimo ha detto:

    Prima o poi capita, nella vita di una donna. Il punto è che non sempre sei preparata. Non sai bene cosa dire, come dirlo. Non sai, soprattutto, quali gesti fare. Così ti umetti le labbra, balbetti, sembri sempre nervosa, e si capisce che è la prima volta che lo fai.
    Entrare in un negozio di ferramenta, si capisce.
    Uno dei pochi luoghi in cui la separazione e la differenza tra i sessi appaiono chiarissimi.
    Ci vado mandata dal Beffardo Carpentiere, quello che devi prenotare un mese prima, e arriva coi guanti chirurgici e l’aria di chi le ha già viste tutte, e le tue mensole, o i tuoi tasselli, o i tuoi imbotti non lo spaventano certo. Mentre è chiaro che terrorizzano te.
    Così mi presento da A.A. Ferramenta – colori – maniglieria (maniglieria?), il negozio più ricco del quartiere, appena ristrutturato con gran profusione di legni e faretti. Un sushi-bar, in pratica.
    Entriamo in sei, e subito c’è da prendere il numerino per il turno: ho il 21, e siamo fermi al 95. C’è un dibattito in corso, sull’utilità delle viti autofilettanti a croce. Ci sono quelli che sostengono che solo i rivetti, sempre autofilettanti, possono risolvere la situazione. E io che ero all’oscuro di tutto.
    Perché lì non si va per comprare qualcosa: si va per esporre delicati problemi di convivenza e adattamento all’ambiente. C’è qualcosa di epico, e assieme di darwiniano, in quegli uomini radunati come per un comizio curiato, un’assemblea della pallacorda o una sessione delle Nazioni Unite. Presiede i lavori il Ragioniere Enzo, il proprietario elegantissimo – camicia con le cifre ricamate e gemelli d’argento. A lui ci si rivolge solo per i casi disperati, lui fa una faccia da neurochirurgo di E.R. e si stringe nelle spalle: “Ci stiamo provando”.
    Una maniglia bronzé per un baule antico? Una zincatura (o qualsiasi trattamento galvanico superficiale, eh)? Un anello di rasamento per cuscinetti ram? Il Ragioniere o i suoi Assistenti possono risolvere tutto. Basta mettersi in fila, e credere.
    Il mio vicino di posto chiede un pacco di piedi da undici: lo guardo ammirata. Sorride. Poi tocca a un vecchietto all’apparenza inoffensivo, che chiede qualcosa sottovoce, all’orecchio del Ragioniere. Il Ragioniere fa un cenno appena, con la sua sapienza millenaria di homo faber, e s’allontana. Rimane un tempo indefinibile nei sotterranei del negozio, dove possono entrare solo i fortunati, e si racconta di chilometri e chilometri di maniglie, bulloni e persino scaffalature in alluminio anodizzato. C’è chi non ne è più uscito.
    Quando risale, il Ragioniere porta una scatola in mano: la folla gli fa ala spontaneamente, in silenzio. Il Ragioniere arriva alla cassa, poggia la scatola sul bancone, si drizza impercettibilmente: la liturgia è al suo culmine. Apre con cura, ed estrae un Transformer giallo. Lo guardo affascinata: la sua struttura aliena e complessa ha qualcosa di geniale. Mi aspetto che si muova e parli: la folla sembra aspettare con me il miracolo.
    Invece è il ragioniere, che salmodia: “Un’elettrofresatrice da duemila watt” . Un sommesso “ooohhhh” sale da quella folla di uomini rudi, il cui testosterone è andato crescendo durante la lunga attesa nel negozio delle meraviglie, e la fede nella capacità umana d’opporsi al destino, solo armati di elettrofresatrici e bulloni da dieci.
    Il fortunato acquirente china il capo, sorridendo di modestia e soddisfazione, quelli attorno si congratulano: a Ginevra c’avranno anche il ciclotrone, ma volete mettere?
    Mentre l’uomo esce il Ragioniere s’avvicina a me, e ha già capito l’universo di smarrimento che mi porto dentro. Ma è un pastore di anime, e sa cosa fare: si china appena: “Mi dica tutto”.
    Io gli ho aperto il mio cuore, lì davanti a tutti.
    Domani forse ci torno.

    Cozzaandthecity

  2. e.l.e.n.a. ha detto:

    oppure bisogna cercare qualcosa di più consonante

  3. riccionascosto ha detto:

    e.l.e.n.a., più consonante è certo più facile (e più ce ne sono, più semplice è trovare un senso compiuto). Ma spesso è proprio uno scambio vocale, che manca (o di cui si avrebbe bisogno). Che so, u al posto di i e o (o anche invertire le due). Non lo pensi anche tu?

  4. varasca ha detto:

    mumma moa che casoni verrubbe fuiro!

  5. e.l.e.n.a. ha detto:

    sì, spesso l’afasia è letale.
    così come parimenti dannoso però sarebbe uno scambio non richiesto, o frainteso o che non corrisponde alle tue aspettative. (nella migliore delle accezioni della parola aspettative)

    capita anche a te di dare un colore alle vocali?
    per esempio io le “e” (e ce ne sono ben due nel mio nome) le vedo gialle. e a me il giallo non mi piace. però mi piace il mio nome.

  6. Petarda ha detto:

    gradisco molto u pizzinu. 🙂

    (ehi, ma s’è svegliata cozzy… era in letargo estivo?)

  7. riccionascosto ha detto:

    Forse sì, Varasca, ma qualche volta cambiare le regole aiuta a trovare un terreno comune. No?

    Più che alle vocali, e.l.e.n.a., io do un colore (e a volte un sapore) alle parole. Comunque per me la E è rossa (ed è un colore che mi piace assai).

    Eh, Pet, si vede che in estate si è nascosta per sfuggire alle impepate, e ora è tornata allo scoperto…

  8. e.l.e.n.a. ha detto:

    sticozzy!

    (no, alle parole intere non riesco)
    anche a me è un colore che mi piace assai.

  9. anonimo ha detto:

    dunque, mumble mumble

    pensavo di aver capito tutto invece a volte l’apparenza in Ghana.
    Dunque, cosa fatta capo horn oppure rimuovendo uno specchio del se stante si può correggere fino al capo di buona speranza ?
    Ai posters l’adua sentenza.

    E’ che oggi ho dimenticato di prendere la pillolina, e non ho più i riflessi di un tempo

    Ot

  10. riccionascosto ha detto:

    Secondo me rimuovere gli specchi può funzionare, Otto.
    Così, anziché vedere noi stessi, potremmo finalmente guardare chi ci sta di fronte.
    (sostituire all’io il tu, o addirittura il noi; solo in quest’ultimo caso lo specchio resta utile).
    Insomma, per uno che non ha riflessi… (ma niente specchi, eh?) 😉

  11. metallicafisica ha detto:

    _L D_ _ V _ L _

    a, i , o per me, sister!***

    Che sembra un aio ma va bene così:)

  12. riccionascosto ha detto:

    Al dio volo?
    Il dio vola?
    Al diavolo?

    Va bene così?
    Speriamo vada meglio, allora, sorellona!

  13. metallicafisica ha detto:

    La terza che hai detto (niente di nuovo sotto al sole, che pure c’è:)*

  14. riccionascosto ha detto:

    Sai come si dice, a volte… nessuna nuova buona nuova (con l’aria che tira!).
    Ma un “al diavolo”, di tanto in tanto, fa sempre bene 🙂

  15. metallicafisica ha detto:

    posso triplicare la frase all’infinito?:)

  16. riccionascosto ha detto:

    Ne ha facoltà
    (e che, mi devi chiedere il permesso?)

  17. anonimo ha detto:

    E lo so che non ve ne può fregare di meno, ma io ci sono stata male, per Paul Newman. Era uno dei miei amori, quando il mondo si divideva ancora in paulnewmaniste e robertredfordiste: loro due già erano in là con gli anni, ma i loro film erano – come sono – giovanissimi.
    Non so voi, ma l’adolescenza mi si è chiarita di parecchio, quando ho visto La lunga estate calda: ho scoperto che c’era un incendiario, sotto la pelle che scottava senza preavviso né significato, e che con tutta probabilità, ma misteriosa connessione, c’entravano gli occhi azzurri, il muso spaccone ma incongruamente indifeso di Paul, nel cui broncio naturale s’annidava un’imprecisata fragilità.

    Non posso dire che lo amavo: piuttosto, lo subivo interamente, come si fa col peso d’un immaginario soverchiante. E come soverchiava, lui: quando – poniamo – s’inseguiva per le stanze, in quella danza di desiderio trattenuto, d’una frustrazione che non capivo ma riconoscevo, con la gatta Liz che scottava.

    Insomma, io non credo che sia morto.
    E ne approfitto per fare un bilancio, di vivi e morti.

    Sono indiscutibilmente vivi:

    Marlon Brando: lo posso sentire distintamente sul terrazzo, mentre dà da mangiare ai piccioni di Fronte del porto. Il cuoio del suo berretto fa un odore riconoscibile, e il subbuglio che mette. E’ della stessa famiglia di Paul, sono fratelli di schermo, di feromone, di cose non dette e raccolte in un punto imprecisabile tra le labbra e le sopracciglia, per esempio.

    Einstein: lo si incontra dappertutto. Sono quasi certa che sia lui, con una paglietta sfondata e un bastone da passeggio, sul lungomare di Reggio Calabria, a contare le specie di insetti ignoti nei buchi delle piante millenarie.

    James Stewart: lui sta per lo più seduto al bar, in compagnia di quel suo amico, Harvey. Se gli chiedi perché sta sempre lì a perdere tempo ti risponde che sta lavorando. Il suo lavoro è credere nei miracoli.

    Che Guevara: a volte mi chiede se ho da accendere, e io devo rubare l’accendigas dal cassetto della cucina, e ricordargli che non si fuma in casa. Lui se ne frega, e continua a leggere Goethe a piedi nudi, con un sibilo impercettibile nei polmoni. O forse è il foro della pallottola, nel petto. Hai la maglia bucata, gli dico. Sapessi il cuore, mi risponde invariabilmente.

    Totò: è una specie di zio, da sempre. Hai aperto la parente? Mi chiede qualche volta. Sì, zio totò. E chiudila allora, mi fa dall’altra stanza. Io sorrido, e chiudo lo sportello della zia.

    Leonardo: sta costruendo un’Arca molto laboriosa, che riassume tutte le sue macchine da guerra e da bellezza, con una polena Monna Lisa che gli consentirà di solcare i cieli, e molte biciclette stellari che ci consentiranno di girare attorno alle costellazioni, e prenderne nota per i suoi disegni a china.

    Osvaldo Pugliese: suona i suoi tanghi ogni sera, spostando appena la rosa rossa posata sul pianoforte. La yumba rompe i muri della dittatura, piano piano, in quattro quarti.

    Mia trisnonna Carmosina: dà ordini come se avesse ancora ottant’anni, e una famiglia mezza umana e mezza no a sua completa disposizione. Legge il futuro, e, cosa più sorprendente, il passato. Non il suo, ovviamente.

    Sandra Dee: ha sempre una media di sedici anni, e ci rammenta che il mondo ha, costantemente, sedici anni, vaniglia e legno verde.

    Jane Austen: è un punto di riferimento per noi ragazze. Basta sollevare il telefono e chiamarla: conosce tutto degli uomini e delle donne. Quindi non ci sorprende che continui a non maritarsi. “Figuriamoci – dice lei – devo ancora finire il capitolo”.

    Pablo Neruda: se, poniamo il caso, ti serve una parola, lui ce l’ha. Una parola banale come “cesta”, “ciliegio”, “gatto”: cercala, e poi vedi cos’è capace di farci, lui. Passa il suo tempo in un terrazzo invaso da rose carnivore, polene sospirose e sale oceanico, ma non ti dirà mai che non ha tempo per te o la tua collezione di domande.

    Sono incontestabilmente morti:

    Gabriel García Márquez: morì appena finito di scrivere L’amore ai tempi del colera, e fu portato via in segreto da aironi azzurri e scimmie equatoriali. Qualcun altro continuò a scrivere libri in caduta, come le macerie di una casa amata. Ora c’è pure uno che compie gli anni e fa gesti d’arcivescovo dai balconi, ma non sa niente del portico sigillato dalle gardenie dove noi lo aspettavamo ogni pomeriggio.

    Ralph Fiennes: morì durante la lavorazione del Paziente inglese. Lo seppellirono nella grotta, assieme ai graffiti e alla lettera di lei piena di fiumi e alberi che risalgono le vite.

    Meg Ryan: ha conosciuto Harry, ha avuto un sacco d’insonnia ed è rimasta vittima d’un cappuccino rovente in un sobborgo residenziale.

    JK Rowling: ha cominciato col rifarsi le tette, poi è passata alle cosce, alle mani, i piedi, le orecchie, i fianchi, gli aggettivi, il naso, gli zigomi, gli avambracci, gli avverbi di modo, i verbi indicativi, poi i congiuntivi, la pancia, il collo, il sedere, la schiena. Il giorno che ha perso pure l’ultimo pezzettino davvero suo, ha finito di scrivere Harry.

    Salinger: è morto più o meno negli anni Cinquanta. Ma non diteglielo. Lui non ne sa niente, e comunque non sarebbe d’accordo.

    Juliette Binoche: poverina, che pena mi fa. Cerca di nascondere il pallore sotto ceroni, commedie, interviste visàvis. Niente. E’ cerulea, com’era nel Film blu, dove è ancora seppellita, malgrado lei tenti di scalare gli specchi e uscire, ogni volta.

    cozzaandthecity

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...