L'essenziale

Le parole mi si affollano nella mente.
Ho cercato di scacciarle, ieri sera, mentre ero in compagnia degli altri, ma sono tornate stanotte nel sonno e l’alba mi ha trovato vigile, anche se ad occhi chiusi.
Ho provato a metterle in ordine, ho scartato le scuse – non ci sono scuse, anche se ognuno ha le sue ragioni – perché questa è una storia in cui ognuno ha mentito un po’, magari senza volere far del male.
Per proteggere, piuttosto, anche solo se stessi.
La differenza sta tutta lì: io lo sapevo, che anche gli altri mentivano; qualcuno, forse, no.
Da quando l’effetto delle menzogne ha cominciato a farsi sentire ho fatto comunque finta di niente, pensando che se anche mi negavi i tuoi rapporti con le altre (quante volte ho detto che certe cose erano evidenti anche solo a leggere tra le righe?) non mi hai mai mentito nel rapporto tra te e me.
E io, pur avendoti nascosto delle cose – e l’ho fatto, non lo nego – non ho mai mentito nel rapporto tra di noi, né ho fatto di proposito cose che pensavo potessero danneggiarti davvero.
Non avrei potuto, perché tra me e te c’era un patto.
E allora, di tutto questo, ho cercato di cogliere l’essenziale lasciando perdere tutto il resto, come fossero scarti di lavorazione di cui non tenere conto.
Se eri in difficoltà ti coprivo e ti avvisavo perché altri non ti cogliessero in fallo, seguivo i tuoi progressi e ti davo tempo per riprendere il passo.
Ieri mi hai chiamato e, dopo tutti questi anni, mi hai detto che mi lasci.
“E’ finita”, mi hai detto.
Perché secondo te sapevo ed ho taciuto, e non ti fidi più.
 
 
Così, da domani, cambi banca.

L’essenziale è che, prima, saldi i debiti.

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12 risposte a L'essenziale

  1. Petarda ha detto:

    già mi stava antipatico per principio, ma quando ho letto l’ultima riga… grrrr

  2. riccionascosto ha detto:

    Pet, non dirmi che in questa storia stai dalla parte delle banche… 😉

    Sorellona che c’è, ci sei rimasta male?

  3. e.l.e.n.a. ha detto:

    e poi si doveva capire che era subdolo ‘sto essenziale che è invisibile agli occhi

  4. e.l.e.n.a. ha detto:

    e poi, hai visto quell’impudente di rob questa settimana?!?
    non lamentiamoci se poi ci danno delle cazzone! 😉

  5. riccionascosto ha detto:

    E poi, e.l.e.n.a., vorrei dire che già la settimana scorsa Rob sosteneva che potevamo fare qualsiasi cosa, basta lo volessimo abbastanza, ma… a tutto c’è un limite!
    (i miracoli fanno parte dell’essenziale, o dobbiamo accontentarci?) 😉

  6. maurogasparini ha detto:

    funziona funziona 🙂

  7. riccionascosto ha detto:

    dici, Mauro?
    (ma cosa funziona… l’oroscopo?) 😉

  8. anonimo ha detto:

    E lo so che non ve ne può fregare di meno, ma io ci sono stata male, per Paul Newman. Era uno dei miei amori, quando il mondo si divideva ancora in paulnewmaniste e robertredfordiste: loro due già erano in là con gli anni, ma i loro film erano – come sono – giovanissimi.
    Non so voi, ma l’adolescenza mi si è chiarita di parecchio, quando ho visto La lunga estate calda: ho scoperto che c’era un incendiario, sotto la pelle che scottava senza preavviso né significato, e che con tutta probabilità, ma misteriosa connessione, c’entravano gli occhi azzurri, il muso spaccone ma incongruamente indifeso di Paul, nel cui broncio naturale s’annidava un’imprecisata fragilità.

    Non posso dire che lo amavo: piuttosto, lo subivo interamente, come si fa col peso d’un immaginario soverchiante. E come soverchiava, lui: quando – poniamo – s’inseguiva per le stanze, in quella danza di desiderio trattenuto, d’una frustrazione che non capivo ma riconoscevo, con la gatta Liz che scottava.

    Insomma, io non credo che sia morto.
    E ne approfitto per fare un bilancio, di vivi e morti.

    Sono indiscutibilmente vivi:

    Marlon Brando: lo posso sentire distintamente sul terrazzo, mentre dà da mangiare ai piccioni di Fronte del porto. Il cuoio del suo berretto fa un odore riconoscibile, e il subbuglio che mette. E’ della stessa famiglia di Paul, sono fratelli di schermo, di feromone, di cose non dette e raccolte in un punto imprecisabile tra le labbra e le sopracciglia, per esempio.

    Einstein: lo si incontra dappertutto. Sono quasi certa che sia lui, con una paglietta sfondata e un bastone da passeggio, sul lungomare di Reggio Calabria, a contare le specie di insetti ignoti nei buchi delle piante millenarie.

    James Stewart: lui sta per lo più seduto al bar, in compagnia di quel suo amico, Harvey. Se gli chiedi perché sta sempre lì a perdere tempo ti risponde che sta lavorando. Il suo lavoro è credere nei miracoli.

    Che Guevara: a volte mi chiede se ho da accendere, e io devo rubare l’accendigas dal cassetto della cucina, e ricordargli che non si fuma in casa. Lui se ne frega, e continua a leggere Goethe a piedi nudi, con un sibilo impercettibile nei polmoni. O forse è il foro della pallottola, nel petto. Hai la maglia bucata, gli dico. Sapessi il cuore, mi risponde invariabilmente.

    Totò: è una specie di zio, da sempre. Hai aperto la parente? Mi chiede qualche volta. Sì, zio totò. E chiudila allora, mi fa dall’altra stanza. Io sorrido, e chiudo lo sportello della zia.

    Leonardo: sta costruendo un’Arca molto laboriosa, che riassume tutte le sue macchine da guerra e da bellezza, con una polena Monna Lisa che gli consentirà di solcare i cieli, e molte biciclette stellari che ci consentiranno di girare attorno alle costellazioni, e prenderne nota per i suoi disegni a china.

    Osvaldo Pugliese: suona i suoi tanghi ogni sera, spostando appena la rosa rossa posata sul pianoforte. La yumba rompe i muri della dittatura, piano piano, in quattro quarti.

    Mia trisnonna Carmosina: dà ordini come se avesse ancora ottant’anni, e una famiglia mezza umana e mezza no a sua completa disposizione. Legge il futuro, e, cosa più sorprendente, il passato. Non il suo, ovviamente.

    Sandra Dee: ha sempre una media di sedici anni, e ci rammenta che il mondo ha, costantemente, sedici anni, vaniglia e legno verde.

    Jane Austen: è un punto di riferimento per noi ragazze. Basta sollevare il telefono e chiamarla: conosce tutto degli uomini e delle donne. Quindi non ci sorprende che continui a non maritarsi. “Figuriamoci – dice lei – devo ancora finire il capitolo”.

    Pablo Neruda: se, poniamo il caso, ti serve una parola, lui ce l’ha. Una parola banale come “cesta”, “ciliegio”, “gatto”: cercala, e poi vedi cos’è capace di farci, lui. Passa il suo tempo in un terrazzo invaso da rose carnivore, polene sospirose e sale oceanico, ma non ti dirà mai che non ha tempo per te o la tua collezione di domande.

    Sono incontestabilmente morti:

    Gabriel García Márquez: morì appena finito di scrivere L’amore ai tempi del colera, e fu portato via in segreto da aironi azzurri e scimmie equatoriali. Qualcun altro continuò a scrivere libri in caduta, come le macerie di una casa amata. Ora c’è pure uno che compie gli anni e fa gesti d’arcivescovo dai balconi, ma non sa niente del portico sigillato dalle gardenie dove noi lo aspettavamo ogni pomeriggio.

    Ralph Fiennes: morì durante la lavorazione del Paziente inglese. Lo seppellirono nella grotta, assieme ai graffiti e alla lettera di lei piena di fiumi e alberi che risalgono le vite.

    Meg Ryan: ha conosciuto Harry, ha avuto un sacco d’insonnia ed è rimasta vittima d’un cappuccino rovente in un sobborgo residenziale.

    JK Rowling: ha cominciato col rifarsi le tette, poi è passata alle cosce, alle mani, i piedi, le orecchie, i fianchi, gli aggettivi, il naso, gli zigomi, gli avambracci, gli avverbi di modo, i verbi indicativi, poi i congiuntivi, la pancia, il collo, il sedere, la schiena. Il giorno che ha perso pure l’ultimo pezzettino davvero suo, ha finito di scrivere Harry.

    Salinger: è morto più o meno negli anni Cinquanta. Ma non diteglielo. Lui non ne sa niente, e comunque non sarebbe d’accordo.

    Juliette Binoche: poverina, che pena mi fa. Cerca di nascondere il pallore sotto ceroni, commedie, interviste visàvis. Niente. E’ cerulea, com’era nel Film blu, dove è ancora seppellita, malgrado lei tenti di scalare gli specchi e uscire, ogni volta.

    cozzaandthecity

  9. riccionascosto ha detto:

    E ci rimango male io, cozzy (così, per abbreviare).
    C’è un post nuovo, e tu ricopi il vecchio?
    Bisogna tenersi al passo con i post, sennò che servizio di distribuzione è?

  10. anonimo ha detto:

    Proprio all’ingresso, tra i capitelli corinzi e i vetri fumé, c’era un invitato seduto tra le code del frac che ripeteva: “Sono molto grato che mi avete invitato al vostro sposalizio… e vi auguro che il primo figlio sia masculo e in salute… “
    Io ho detto al mio fidanzato: “Guarda, c’è un invitato che parla da solo”.
    Lui ha sorriso: “E’ Luca Brasi… “.
    Sulla nave m’ero assopita, e sognavo il mio matrimonio preferito, quello di Connie Corleone. Sognavo d’essere Diane Keaton, però con la faccia (e il resto) di Jennifer Lopez, quando l’attracco m’ha svegliata coi suoi vapori di catrame. In effetti, era una premonizione: in sala c’era un sottofondo musicale inconfondibile: io e Michael, il mio fidanzato, ci siamo guardati e abbiamo annuito, e sulle note del Padrino parte I ci siamo diretti verso i dieci buffet allestiti per ingannare il tempo mentre gli sposi facevano il giro della provincia per le foto.
    Già il kebab di carne era finito, però zuppa di mais e speck ce n’era quanta ne volevi, e anche mozzarella filante e pecorino col miele. Al banco del sushi c’era la fila, e abbiamo ripiegato sulla torta fredda di salmone e il cocktail di frutta esotica e gamberetti. Intanto gli invitati affluivano senza interruzione, e le zie davano già i primi exit poll della cerimonia in chiesa, con uno share dell’ottantacinque per cento.
    Gli aiutanti del fotografo sistemavano i cavalletti nella trincea tutto attorno al tavolo degli sposi (le telecamere le aveva la troupe viaggiante, che a quell’ora stava riprendendo il lungomare, le rovine greche, le bifore moresche e le facciate tardocondominiali della via Marina), mentre le parenti anziane e di rispetto erano già sedute ai tavoli piccoli, quelli da venti.
    Dopo solo un’ora di antipasti – i fritti (palline di ricotta, frittelle di fiori di zucca, di neonata, di melanzane, di cavolfiore, di ala d’angelo, di spatola, di porcini, di drago cucciolo) venivano serviti in vassoi circolanti da camerieri squisitissimi (il che mi ricorda care memorie familiari: quando zia Enza gira attorno al tavolo con una zuppiera di polpette per ficcarle in bocca a chiunque, senza passare dal piatto o dal consenso) – i buffet erano ancora pieni e gli invitati nemmeno un poco, ma sono purtroppo arrivati gli sposi (già i fotografi avevano realizzato millecinquecento scatti, più i filmini).
    La folla ha preso posto con movenze da stadio: nell’ala destra gli sposi, il cui tavolo s’intravvedeva appena dietro lo schieramento di cavalletti e macchine da presa, e i parenti dello sposo (cioè noi), nella tribuna di sinistra quelli della sposa, a centrocampo gli amici, gli sconosciuti, gli indefinibili, il prete e i vip.
    Io ero proprio confinante col tavolo delle zie, sotto il quale c’erano gerle e borse di carta piene di qualsiasi cosa: macchine fotografiche, scialli, otto uova di gallina per mio figlio, ventagli, taccuini, collant di scorta, acqua di rose, guanti, medicine per il cuore, pile di ricambio, fazzoletti, torce, borotalco. Anche io avevo la mia busta, e l’ho aggiunta alle loro: avete mai visto quanto sono piccole le borsette da sera? E, onestamente, si può affrontare la vita senza bauli e cappelliere? No che non si può. E nemmeno un matrimonio.
    Io ero seduta accanto al prete, come sempre: le zie pensano che sia cosa buona e giusta, per la mia anima, o forse per la sua, e ormai non ci pensano nemmeno più, a spostarmi da qualche altra parte. Chessò, vicino a mia cognata scorpionessa (molto elegante, a pois bianchi, caviglie massello e scarpe a colonnetta), a mia cugina che telefona ai morti, allo zio prestigiatore. Così, tanto per cambiare.
    Zio Canalù, dicevamo: è stato quarant’anni in Cina, in Australia, a Singapore, in Canada, in Thailandia. Faceva spettacoli di prestidigitazione, compreso il più incredibile di tutti: nascere in Aspromonte e diventare un perfetto cosmopolita dall’accento variopinto. “Ohuu very naiiisss” mi diceva con la sua voce da Frank Sinatra e i suoi modi da Carnegie Hall. Era seduto accanto alla mamma dello sposo, la zia vedova, zia Lisa, che ha un nome quieto e gli occhi azzurri ma un’indole da incendio nei boschi. E lui, lo zio prestigiatore e italoamericano, lo zio poliglotta, le faceva apparire colombelle sotto il tovagliolo, e spuntare fiori dalle caraffe e dalle orecchie dei compari, ma soprattutto le faceva sparire ogni traccia di tristezza fin nell’angolo celeste alpino dell’occhio, chiamandola “Lisetta” con la esse scivolata e infondendole una mansuetudine soprannaturale.

    Abbiamo mangiato Angus in salsa di Brunello, pasta fresca con zucca e pinoli, risotto al salmone e bergamotto, e bevuto di tutto, dal Gewurztraminer (che è il mio vino preferito pure se è bianco, ma perché ha un corpo di legno e una vertigine di profumi e una consistenza narrativa da rosso) al Colomba Platino, perché mica eravamo meno internazionali dello zio Canalù, noi.
    Intanto tutti si cambiavano di posto con tutti, gli sposi erano assediati dai fotografi (che poi sapranno tutto solo guardando le foto, mica prima: sul set non si capisce nemmeno la trama, figuriamoci) e le zie giravano per i tavoli a fare le nomination (ché i matrimoni sono tutti reality, e il pubblico da casa è determinante, mica solo la giuria tecnica).
    Al nostro tavolo, io, ecumenica, citavo il Cantico delle creature e il ministro Carfagna, mentre il prete firmava autografi e il nipote della signorina Pina ci abbagliava tutti col suo fermacravatta. I bambini avevano organizzato una guerra civile sui divani e la geografia politica dei tavoli cambiava a ogni istante, seguita dagli occhi ansiosi e analisti delle zie, tale e quale a Wall Street.
    Ma il meglio doveva ancora arrivare: il buffet dei dolci.
    Cito testualmente dal menù (che in Calabria è una pubblicazione): torta mimosa, charlotte ai frutti di bosco, millefoglie, bavarese al cocco, alla fragola, al caffè, babà alla crema con frutta, nocciolata, semifreddi al cioccolato, alla mandorla, al pistacchio, crostata ai frutti di bosco con panna, tronchetto d’arancia, meringata alle fragole. A parte, il lago dei cigni con profiteroles e poi lei, il vero motivo (diciamo uno dei motivi) per cui non dirò mai di no a un matrimonio calabrese. La torta panna e peperoncino, di cui già si disse, e che non è un dolce, è un esperimento metafisico, una prova di fede, un patto d’alleanza con le forze oscure che ci motivano (l’amore, l’altruismo, il gusto di morte, l’errore, il coraggio, la purezza, il ricordo, la smemoratezza, la pietà).
    Era piccola, nascosta in un angolo, coi peperoncini apotropaici affondati in mezzo alla panna e puntati sulla folla. I cornetti portafortuna di tutti gli invitati (ognuno il suo, di varia forma e foggia e potere, ma lo avevamo tutti)(il mio era il corno rosso da mezzo, quello da battaglia, che prendeva buoni tre quarti della mia smilza borsina macramè) rispondevano al richiamo, in qualche modo.
    Siamo un popolo scaramantico e attento ai segni, per quanto vogliano farcelo dimenticare. Siamo un popolo antico e pieno di ferite, e non ci metteremmo mai contro la sorte. Non senza tutti gli accorgimenti possibili.
    Così, quand’è arrivata la torta nuziale, che era una necropoli a grotticelle, un tempio etrusco, un mausoleo di alicarnasso (centinaia di tortine individuali avvolte nelle glassa e disposte in tre piani con terrazzamenti), è stato il diapason, e persino gli dei, lassù nel cielo profondamente viola, si sono compiaciuti.
    Io ho visto tracce di mia madre nel viso aperto di zia Lisetta, ho sentito la solita, disperata catena di sangue e rancori e somiglianze e differenze così spaventosamente intrecciata e presente, che oscillava nel buio, tesa verso la foresta familiare dell’Aspromonte e la foresta marina dello Stretto, entrambe nere e incombenti, e mi sono sentita vincere.
    Ho versato una lacrimuccia sola, piccola.
    Gli dei se la sono leccata avidamente.

    cozzaandthecity
    alter ego di manginobrioches

  11. riccionascosto ha detto:

    Oh, ecco, cozzy.
    Hai visto che quando ti applichi…
    (ora, oltre al giusto riconoscimento all’autrice, ti manca solo il link, e poi sei perfetto/a)

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