Un pizzico di buonsenso

Da un po’ di tempo ho fatto mia una citazione – fatta da Effe, parafrasando P.O. Enquist nel template di Herzog, che proprio ieri ha “festeggiato” il primo anno di chiusura – in cui si dice che “non avere buonsenso è un buon modo per non arrendersi”.
Forse perché, se ne avessi avuto di più, mi sarei effettivamente arresa, smettendo di nuotare controcorrente come mi sembra di aver fatto nell’ultimo anno.
Ancora non so se ho avuto ragione o meno, la risposta tarda ad arrivare – come la primavera, direi, se non fosse che negli ultimi giorni l’inverno sembra avere ceduto le armi – e speriamo non si trasformi in un pesce d’aprile (fosse divertente, pure pure).
Mi rendo conto che questo blog è sempre più diventato un blog “ammatula” (dove la categoria dell’inutile – ammatula, appunto: una gustosa etimologia dell’espressione si trovava nel blog dell’acido signore, peccato egli ne abbia cancellato i contenuti – ha praticamente eclissato le altre) ma per ora, per dirla con Hobbs nei commenti a “Toppe”, la mia coscienza è un campo minato e questo è un modo, forse, di far brillare qualche mina.
 
Prima o poi, arriveranno altre parole ed altre storie, perché alla fine, le parole tornano sempre. E insieme a loro, un pizzico di buonsenso. Se sarà o meno una resa, si vedrà.
 
Intanto, un segno: questa “copertina” che in realtà è un gioco.
 
 CZM-modicum
 
 
 
La copertina "random" è stata ottenuta seguendo le istruzioni lette sul blog della sorellona:
 
Crea il tuo "disco random"
1 – Vai su Wikipedia e clicca “una voce a caso”
oppure
http://it.wikipedia.org/wiki/Speciale:PaginaCasuale
Il primo nome che esce sarà il nome della band

2 – Vai a "Random quotations"
oppure clicca
http://www.quotationspage.com/random.php3
Le ultime 4 o 5 parole dell’ultima citazione saranno il titolo dell’album

3 – Vai su Flick’r “explore the last seven days”
oppure clicca
http://www.flickr.com/explore/interesting/7days
Terza foto, non importa quale sia, quella è la copertina dell’album

4 – Monta tutto insieme e salva l’immagine quadrata come un vecchio vinile

5 – La prima lettera del tuo nome: usa il primo font sul tuo computer che inizia con la stessa lettera (Col font si può fare anche di testa propria!)

 
 
 
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Toppe

La pioggia ha lasciato il posto al sole, da qualche giorno.
Le strade si sono asciugate, e i buchi – alcuni, almeno – sono stati rattoppati.
Se non fosse per il colore scuro dell’asfalto, in certi punti sembrerebbe di camminare sulla casacca d’Arlecchino. Sulle due ruote la sensazione, invece, è di muoversi sulle montagne russe: ci sono posti, infatti, dove le toppe si aggiungono ad altre toppe per diventare, con le prossime piogge, piccoli laghi che nascondono insidie.
 
Accade così con le cose fatte di fretta, i buchi riempiti per l’urgenza senza curarsi di cosa c’è sotto.
 
Accade così anche per noi, quando seppelliamo un torto, un dissapore, un dolore e lo copriamo per non vederlo. Ma dentro di noi rimane un tarlo. E i tarli, si sa, non ci si può limitare a ignorarli, debbono essere affrontati con decisione prima che sia troppo tardi.
 
Perché, come scrive Flounder:
 
Non c’è dolore senza racconto e non c’è tregua che possa nascere dal mancato racconto del dolore.
Perché il dolore non detto si cristallizza in urlo, diventa piaga. Nel tempo ci torce, ci infeltrisce.
Nel tempo ci cancella.
 
 
Come una ferita nascosta, che deve essere curata e pulita prima di essere bendata, perché la nuova pelle non copra infezioni nascoste.
 
E la toppa non diventi peggiore del buco che prova a riparare.
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Pioggia

Scroscia, violenta e improvvisa, tracciando solchi e ferite sull’asfalto già fragile di un inverno bagnato.
Si placa poi di botto, lasciando intravedere, a volte, uno spicchio d’azzurro.
Ma è un inganno, gridato nella voce di un gabbiano che si alza in volo, e dura poco.
Si rincorrono i richiami di questi uccelli ormai cittadini, che fanno nido sui tetti e si nutrono di rifiuti – o di piccioni, talvolta (ne ho visti due, una volta, contendersi la carcassa di un piccione morto, incuranti del traffico che gli passava accanto. O forse l’ho solo immaginato).
Spesso al primo grido fa eco quello di altri gabbiani. Chissà cosa si dicono, se sono sfide o richiami, o forse entrambi.
In questo cortile sono pochi, oltre i loro, i suoni che rompono il silenzio: la voce del traffico non supera le mura spesse e la pompa di calore è solo un sussurro che, con un brivido, si interrompe e tace.
Le dita leggere sulla tastiera sono un suono smorzato e un tonfo, di tanto in tanto, saluta un nuovo utente alle macchinette del caffè, poco distanti.
 
Fuori, la pioggia riprende, ingannevole e quieta.
Sa già che, per quanto ti sforzi, non riuscirai ad evitarla.
 
(Ma avete visto quanto piove? Le strade di Roma sembrano un colabrodo, ogni pozzanghera nasconde un’insidia ed è impossibile evitarle tutte. Le strade cittadine sembrano percorsi di guerra – avete presente lo stalking? No, non le persecuzioni, ma quei percorsi ad ostacoli che si vedono nei film dei marines. Certo, c’è anche l’aspetto poetico – ad esempio, questo  – ma è tutta un’altra storia)
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Filtri alternati

Da un po’ di tempo – diciamo da fine novembre, da quando in ufficio mi hanno sostituito il pc – sono cambiati anche i filtri aziendali per la navigazione su internet. Prima il sistema si occupava soltanto di sapere che fossi io – tramite l’autenticazione con userid e password – ad effettuare l’accesso ad internet, all’apparenza senza limitare la navigazione in alcun modo (probabilmente c’erano anche allora dei siti “proibiti”, ma non mi ci sono mai imbattuta).
La nuova politica aziendale è invece molto più restrittiva. Proibiti l’accesso alle mail private, la visione di filmati, l’ascolto di mp3 e tutto ciò che potrebbe potenzialmente distrarre dal lavoro.
Fin qui, nulla di strano (anche se “troppo lavoro e niente distrazioni”, alla lunga, potrebbero farci diventare come Jack Nicholson in Shining).
In fondo, siamo pagati per lavorare.
Però internet fa anche parte del mio lavoro: leggere ciò che hanno scritto altri, seguire ciò che succede altrove sono essenziali e “tagliare” certi collegamenti mi fa sentire un po’ fuori dal mondo.
Ma ciò che mi rende perplessa è l’andamento ondivago di certi filtri qualificati come “Adult”.
Lo vedo già, il sorrisetto: ma sto parlando di blog, non di siti con contenuti “vietati ai minori”.
E’ pur vero (ad esempio) che Sir Squonk, nella preistoria del blog, citava spesso il blog di una pornoattrice di Las Vegas (peraltro scritto bene e davvero interessante) consigliandone la lettura, ma credo che se ne sia dimenticato pure lui, mentre dubito che i filtri vadano a frugare negli archivi.
Invece non riesco (altro esempio) a capire quale sia il contenuto “per adulti” del blog di Varasca, a meno che i dubbi su Peo/Pea… ma il sesso delle tartarughe è davvero proibito?
Immagino che anche il filtro sia perplesso, perché, ad esempio, fino a venerdì “things written” era irraggiungibile e “blogsquonk” disponibile; oggi, esattamente l’opposto.
Evvabbè.
Potrei continuare con altri esempi (uno per tutti: ci sono stati periodi in cui potevo scrivere nuovi post sul blog ma non editare quelli già scritti, per lo stesso motivo), ma non credo che possa interessare.
 
Ciò che mi fa pensare è questa “alternanza” dei filtri, come se ciò che fino a ieri era importante nascondere oggi diventi irrilevante, e viceversa.
Come se nella comunicazione esistano degli accenti da mettere o levare a seconda del momento.
E in effetti ci sono: basti pensare alle improvvise esplosioni di notizie che si accumulano una sull’altra, scalini su cui poi si costruiscono delle “esigenze” – le violenze e le ronde, per dirne una (e devo ancora capire perché queste ronde mi debbano dare sicurezza, mentre ogni volta che ne sento parlare mi viene un nodo alla bocca dello stomaco).
 
Chissà se c’è qualcuno che questi filtri se li cuce addosso: se è capace di chiudere in un cassetto emozioni e sensazioni provate fino a poco tempo prima, solo perché non sono più funzionali – e non parlo del naturale filtro del tempo, che alla fine ha ragione di (quasi) tutto.
 
Chissà se esiste un interruttore anche per l’anima.
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Dalla carta ai pixel… senza ritorno (QCV, due anni dopo)

Giorni fa si parlava, con un amico, di scrittura manuale.

In un mondo dove la comunicazione è sempre più legata all’elettronica (mail, sms, messaggi in segreteria per i più ostinati), cos’è che si scrive ancora a mano?

Forse, gli appunti.
E specialmente gli appunti di viaggio. Ci sono ancora persone che portano con sé, ovunque vadano, dei taccuini su cui annotare pensieri, frasi, immagini che li hanno particolarmente colpiti.

A volte, i taccuini viaggiano da soli, raccogliendo impressioni, colori, parole – ma non solo – dalle persone che vanno a visitare.

E’ il caso del "Quaderno Cartografico Viaggiante" (per gli amici, QCV), un progetto che Matteo/Maestro/Giocatore ci presentò così: "far viaggiare un quaderno al posto nostro. Ogni cartografo, o ogni amico dei "cartografi", che riceva il quaderno lo tiene con sé qualche giorno. Lo immerge nella sua aria, ci incolla sopra le sue parole, lo usa come diario (o come "Blog"…) ci disegna, scarabocchia, dipinge, lo fotografa, lo modifica. Poi lo spedisce ad un altro indirizzo. Si potrebbero addirittura seguire gli spostamenti postali del quaderno e, alla fine della sua lunga peregrinazione per tutta Italia – Europa -Mondo, le sue ricche pagine "istoriate" potrebbero essere passate allo scanner e ricondivise in rete."

Il viaggio del quaderno – che, controllando le date, iniziò giusto due anni fa, tra il 16 e il 17 febbraio 2006 – durò circa un anno e i suoi passaggi di mano in mano furono documentati da foto e post, sui singoli blog (anche qui a fianco si trova il tag) e sul blog dei cartografi (qcv, da sfogliare a ritroso).
Le sue tracce si persero nel febbraio 2007. Per fortuna, poco prima della sua sparizione, Eus si sobbarcò il compito di passarlo interamente allo scanner. Un anno dopo, Matteo/giocatore caricò l’intero set su Issuu, così da farcelo sfogliare ancora, almeno in modo virtuale.

Malgrado la sua sparizione non fosse prevista, il QCV ha portato a termine il suo viaggio dalla carta al pixel, dando la possibilità di essere sfogliato da tutti.

E, anche ad anni di distanza, sfogliarlo è sempre un’emozione.

 

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